Alle donne che hanno cambiato la storia

«Che vi piaccia o no, il mondo della moda è un mondo femminile.» Anzi, è di più. «It’s a women business.» Con queste parole perentorie Timothy Greenfield-Sanders fa iniziare il suo film documentario About Face – Dietro il volto di una top model in cui, oltre alle splendide Carmen Dell’Orefice e Isabella Rossellini, altre cosiddette “ex top model” raccontano se stesse.

Vi si narra un mestiere, quello della modella, non facile e non sempre di lungo corso, è ovvio. Basti pensare che già altre due generazioni di supermodelle sono succedute a quella degli anni ‘60-’70: prima quella di Naomi Campbell, Claudia Schiffer, Cindy Crawford o Kate Moss, per poi arrivare all’ultima, dei giorni nostri, di Heidi Klum e Gisele Bündchen. Ragazze bellissime e autentiche icone che sono solo la punta di un iceberg o, se preferite, il reparto più avanzato di un esercito di donne devote e visionarie, amanti del gusto e dell’arte, disposte a tutto pur di cambiare i tempi in cui vivono. E sembra dello stesso avviso anche il Times, che, parlando di Linda Fargo, l’anima del leggendario Bergdorf Goodman, il grande magazzino più famoso di New York, afferma come spesso il lusso
e lo stile ruotino attorno a donne in grado addirittura di reinventare questi stessi concetti. Donne vere, realmente esistenti. Ma donne che hanno scritto la storia della moda o che hanno cambiato il corso di quella con la esse maiuscola? In un caso sarebbe semplicistico, nell’altro, forse, apparentemente eccessivo. Ma questi dubbi devono assalire solo chi non vuole vedere nell’arte i meriti che ogni cambiamento epocale è sempre in grado di generare. A quel punto non serve più nessuna discriminazione, non c’è più bisogno di femminismo e maschilismo perché tutto sarebbe mosso da un pensare comune che si insinuerebbe dolcemente nelle sensibilità solamente di chi sa ascoltare. Eppure, che nella lotta all’emancipazione della donna la moda abbia giocato un ruolo fondamentale, è fuor di dubbio. Con il termine moda sarà bene perciò indicare tutta quella macchina, quel complesso di mestieri e occupazioni e vite che trasversalmente la rendono arte e commercio a tutti gli effetti, coinvolgendo appunto artisti, fotografi, sarti, editori, stilisti, modelle, commercianti, artigiani, giornalisti, pubblicitari e via dicendo. E tutto questo è moda. Tutto questo rende possibile il cambiamento, il nascere di una tendenza che dev’essere per forza di cose prima intellettuale e poi visiva. Solo così, allora, si può provare a parlare, ad esempio, di Christina Broom, la prima fotoreporter donna della storia. Prima a immortalare le agitazioni delle suffragette britanniche, che si facevano riconoscere sì dai cartelli e dai cori di protesta, ma anche e soprattutto da un appartenere comune identificato, a volte, in un comune vestire. Regno Unito che di lì a poco, negli anni Sessanta, sarebbe stato sconvolto da un’altra rivoluzione, quella di Barbara “Biba” Ulanicki, illustratrice di moda di origine polacca e laureata in belle arti, che avrebbe aperto uno delle storiche boutique londinesi. Boutique in cui avrebbe lavorato come impiegata nientepopodimeno che una giovane Anna Wintour, oggi famosissima direttrice di Vogue e, senza esagerare, una delle donne più influenti del pianeta; e donna che, per di più, sarebbe succeduta ad un altro monumento della moda di tutti i tempi, Diana Vreeland, anche lei, guarda caso, prima commer- ciante e poi giornalista e redattrice non solo di Vogue ma anche di un’altra rivista storica come Harper’s Bazaar. La vera rivoluzione però era già iniziata tempo prima, intorno agli anni Venti, per opera ovviamente di Coco Chanel, che, non per niente, la Vreeland andò spesso a trovare a Parigi. Coco fu la prima a rendersi conto di trovarsi nella necessità di vestire donne “non più oziose, ma attive”, e con la sua arte, pur non dichiarandosi mai una femminista, contribuì in modo sostanziale all’esplosione del movimento e più in generale ad un nuovo concetto di femminilità da cui prese inevitabilmente spunto tutta la moda successiva E si stava muovendo qualcosa anche in Italia, dove la pellicceria Fendi iniziava a muovere i primi passi anche al di fuori del mercato nazionale, per poi diventare negli anni, in particolare grazie alle cinque sorelle Anna, Franca, Paola, Alda e Carla, uno dei marchi più famosi e rappresentativi del made in Italy. Fa bene ricordare, a questo punto, che la rivendicazione del made in Italy interessa storicamente quattro settori della nostra industria, le cosiddette “quattro A”: abbigliamento, agroalimentare, arredamento e automobili. E non si può concludere questa breve carrellata storica senza citare le Sorelle Fontana, massima espressione dell’haute couture italiana, che, prima di Valentino, avrebbero capito la forza del cinema per esportare i propri vestiti e la cultura italiana nel mondo, e avrebbero così vestito attrici e dive come la Lollobrigida, Audrey Hepburn, Grace Kelly o Jackie Kennedy. Sono imperi che durano ancora oggi, eredità che hanno passato guerre, crisi, ma hanno sempre trovato il modus (eccola, l’origine del termine moda) di seguire la società, cambiandola o assecondandola. In questo modo, autrici e interpreti, stiliste e modelle, concorrono ad un unico grande disegno: rendere il mondo più bello.