Aldo Minucci: l’esperienza al servizio del successo

Abbiamo incontrato il dott. Aldo Minucci, attualmente presidente di Ania, di Fondazione Ania per la Sicurezza Stradale e di Genertel Spa, che nel corso della sua lunga attività professionale ha ricoperto molti incarichi di consigliere di amministrazione in numerose società assicurative, bancarie e in Telecom.

Ripercorrendo attraverso le sue parole la strada che lo ha portato a svolgere un ruolo significativo in importanti società italiane, abbiamo cercato di cogliere qualche spunto da dare ai giovani che vorrebbero provare a seguire le sue orme. Con l’occasione abbiamo chiesto il suo punto di vista sulla difficile fase economica e sociale che sta attraversando il nostro Paese.

Dott. Minucci, lei costituisce un modello di riferimento del manager moderno. Ci può raccontare come è riuscito a raggiungere questo obiettivo e cosa ha significato per lei?

Non so dire se io possa costituire un modello di riferimento del manager moderno. Quello che posso confermare è che non esiste una formula magica per diventare un manager e posso raccontare quello che è stato il mio percorso. Tutto è partito da un colpo di fortuna alla fine degli studi universitari svolti a Trieste, ovvero un soggiorno di tre gironi a Roma per partecipare ad un concorso indetto dalle Generali riservato ai neolaureati. Allora non c’era l’ansia del posto di lavoro, ci si approcciava serenamente alle opportunità che ci capitavano. E io, di fronte a queste occasioni, ho sempre messo un tratto tipico del mio carattere e che descrive meglio di altri la mia storia: la capacità di dire le cose in modo molto diretto e trasparente, senza farsi mai influenzare da ragionamenti opportunistici. Un aspetto che si è unito ad altre caratteristiche personali e a fattori che vanno appresi nel tempo, come la creatività, la curiosità intellettuale, una struttura mentale molto aperta e una grande disponibilità all’impegno e al lavoro. Molto conta anche la voglia di non fermarsi mai alle soluzioni più semplici e imparare a trattare tutti i collaboratori, dal livello più alto a quello più basso, con rispetto del ruolo e della professionalità altrui.  Accanto a tutto questo, però, ci deve essere una competenza tecnica. Se non c’è quella, il resto serve a poco. Ma mi rendo conto che oggi è più difficile, rispetto a quando ero giovane io, che la competenza emerga e riceva il giusto riconoscimento.

Aveva già in mente questa carriera, quando studiava giurisprudenza all’università?

Ho sempre avuto la forte consapevolezza di non voler essere un numero e, allo stesso modo, non ho mai voluto essere un impiegato che chiude la sua giornata alle 17:00. Per questo mi sono sempre nel lavoro senza tenere conto degli orari. Se non avessi avuto l’opportunità che mi è stata data dalle Generali, la mia passione per le norme e gli studi di legge mi avrebbe portato a fare il magistrato o l’avvocato. Grazie alla Compagnia, mi sono occupato per tanti anni di fiscalità. Quest’esperienza mi ha formato e mi ha dato la possibilità di allargare le mie competenze anche ad altre aree aziendali, consentendomi successivamente di seguire attività diverse, in particolare quelle di Marger and acquisition, controllo, operazioni di ristrutturazione aziendale e molto altro. In questa esperienza è stato importante mettere al servizio degli obiettivi aziendali la capacità di comprendere le posizioni delle controparti allo scopo di arrivare a soluzioni positive ed equilibrate.

Come giudica il livello di insegnamento in Italia? È tra coloro che consigliano di andare a studiare all’estero?

Quando mi è capitato di svolgere il ruolo di selezionatore del personale, non ho mai dato eccessiva importanza alla partecipazione ai corsi di formazione post universitaria fatti da importanti istituti. Nei candidati ho sempre cercato di capire la presenza di quelle caratteristiche personali citate in precedenza, senza puntare solo alla competenza tecnica. L’esperienza all’estero è comunque un ottimo strumento perché, oltre a farci conoscere le lingue, ci permette di apprendere approcci culturali diversi rispetto a quelli derivanti dal proprio ambiente. Nelle trattative è importantissimo conoscere la cultura di provenienza dell’interlocutore per saper leggere nel modo giusto le sue reazioni. Si scopre, così, che anche certi luigi comuni sono abbastanza veri. In ogni caso andare all’estero è consigliabile, non fosse altro perché in Italia le occasioni di lavoro mancano. Certo è che il livello dell’insegnamento in Italia, in particolare quello universitario, nel corso degli ultimi decenni a mio avviso è diminuito sotto il punto di vista del livello della preparazione manageriale, di cui paghiamo il prezzo sotto il profilo della competitività del nostro Paese.

Ania ha come scopo quello di «sviluppare e diffondere nel nostro Paese la cultura della sicurezza e della prevenzione». In cosa noi italiani siamo ancora immaturi e incoscienti?

Premesso che in Italia manca una vera cultura del rispetto delle regole, uno dei tratti del carattere degli italiani che più mi colpisce è la presunzione e l’idea che le cose negative capitino sempre agli altri. Questo accade perché spesso si pensa di essere troppo bravi per commettere certi errori. Noi vogliamo far capire agli italiani quanto sia sbagliato questo approccio: basta un attimo di distrazione, di incoscienza o di arroganza perché una vita o un’intera famiglia sia distrutta per sempre. Per questo è importante un processo di informazione continua sui rischi della strada, sulle regole e sulla prevenzione. Accanto a questo, dobbiamo stimolare le istituzioni affinché rendano più sicure le infrastrutture con interventi di manutenzione costante. La campagna di Ania alla quale sono più affezionato è quella ispirata ai Comandamenti. Negli spot l’intento è quello di ottenere un’attivazione emozionale ottimale per fare passare, in modo efficace, il messaggio sotteso, il tutto nella cornice dei Comandamenti, richiamo particolarmente significativo alle norme come regole di vita. Gli spot sono tutti fondati sulla forza evocativa dei Comandamenti nella logica di principi senza tempo applicata alla circolazione stradale e sono rivolti soprattutto ai giovani. Attraverso le emozioni, attraverso il cuore, vogliamo arrivare alle loro teste, al loro modo di pensare, in maniera tale che il messaggio resti impresso e contribuisca alla diffusione di una nuova cultura del rispetto delle regole della strada.

Come avviene l’ideazione delle campagne di Ania, sempre molto efficaci e d’impatto?

Vista la scarsità di risorse dell’ANIA e della Fondazione ANIA, il segreto è avere le idee chiare fin dall’inizio e dare una definizione immediata dell’indirizzo della campagna. Concetti che vanno trasferiti in modo chiaro ai creativi che poi sottopongono alla nostra valutazione le loro proposte. Per quanto mi riguarda ho sempre avuto una certa attitudine alla comunicazione pubblicitaria, grazie anche ai lavori svolti in passato con un maestro come Oliviero Toscani. Guardando alla nostra ultima campagna, lo spot al quale sono più legato è “Onora il padre e la madre” nel quale, reinterpretando il comandamento in chiave moderna, abbiamo cercato di far arrivare ai giovani il messaggio che il modo migliore per onorare i genitori è evitare comportamenti che possono distruggere una vita e portare alla perdita della serenità.

Qual è la sua ricetta per uscire dalla crisi?

Purtroppo non c’è una ricetta. La crisi sta andando avanti da troppo tempo e difficilmente ne usciremo quest’anno. Esistono però tre elementi positivi in questa fase della crisi: l’iniezione di liquidità della Bce per rilanciare il credito, far scendere il costo del debito e abbassare i tassi di interesse; la riduzione del peso della moneta europea sul dollaro; l’abbassamento del costo del petrolio. Questi sono però elementi esterni i cui aspetti positivi vanno colti velocemente. Accanto a questo è necessaria una decisione seria di interventi governativi: la riduzione dell’Irap alle aziende; la semplificazione della pubblica amministrazione; un processo di deburocratizzazione che porti ad uno snellimento del codice civile italiano; un cambiamento nel rapporto del fisco nei confronti del cittadino, che ricostruisca una fiducia che si è persa; una riduzione delle tasse che vada al traino di un ripensamento degli sprechi e della spesa pubblica, mettendo in piedi una potente strategia contro l’evasione e la corruzione; la ripresa della capacità di spesa e di consumo da parte della gente; la dismissione del patrimonio pubblico e delle municipalizzate; il rilancio degli investimenti. Per tutto questo occorre coraggio. Invece pare di vedere che le riforme trovano come sempre forti freni da parte di gruppi di pressione piccoli o grandi, le strade sono dissestate, le scuole crollano, si aprono costantemente nuovi bacini di corruzione e di evasione. Nel settore delle assicurazioni, per esempio, occorre creare un sistema misto pubblico-privato. Occorre aprire il settore assicurativo, dalla previdenza alle catastrofi naturali, lo Stato non può più fare fronte da solo a comparti come questo o come quello della sanità. Escluse le fasce deboli della popolazione, bisogna rendere obbligatoria un’assicurazione in questi ambiti. So bene che non sono decisioni facili da prendere. La ricetta è complessa, richiede coraggio e capacità di prescindere dal consenso immediato.

Rimpiange la lira?

Non è un problema di euro. Certo la costruzione di un’Europa unica soltanto sulla base della moneta non basta. Occorre una condivisioni della fiscalità. Occorre un’unità politica attraverso la riduzione delle sovranità nazionali con il ruolo dell’unità politica dell’Unione europea. Il vero problema dell’Italia è l’enorme dimensione del debito pubblico, su cui serve un intervento con un processo che ne porti la diminuzione. In compenso in Italia c’è una importante presenza di risparmi privati che garantiscono migliori condizioni rispetto ad altri paesi.

Cosa consiglia a un giovane che voglia provare a intraprendere al sua carriera?

Occorre puntare sulla preparazione tecnica, sulla conoscenza delle lingue straniere, sulla disponibilità a spostarsi, ma soprattutto sulla capacità a non restare bloccati dalle convenzioni mentali che non ci permettono di reagire positivamente alle dinamiche di cambiamento che caratterizzano il nostro periodo storico. Infine è necessario avere maggior coraggio nell’esprimere le proprie idee.

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