Alba Zari – Intervista di Marco Gnesda

Puoi vantare una formazione prestigiosa e premi. Se ti ha segnato, vorrei condividessi un momento legato a questi con la stessa schiettezza che usi sul tuo blog

Durante la discussione della mia tesi, Luca Andreoni e Francesco Zanot mi dissero che uscivo dal Naba meno forte di come ne ero entrata, con meno certezze e maggiore apertura. Decostruita. Aggiunsero che quella era la cosa migliore se non si ha fretta di raccogliere immediatamente i risultati del proprio lavoro. Era esattamente così che mi sentivo. Grazie a insegnanti come Luigi Gariglio, Stefano Graziani, Domingo Milella, avevo messo tra parentesi le certezze che avevo acquisito all’ICP di New York. Avevo messo in discussione il mio intento di dedicarmi alla fotografia documentaristica. Mi sentivo decostruita, eppure entusiasta di proseguire il mio percorso.

A proposito del tuo blog: non mi è piaciuto dire che ti esprimi con schiettezza. Credo di essere incappato in un problema linguistico. Per quanto ci voglia coraggio a lasciare trasparire le proprie emozioni, specialmente le proprie fragilità, non ti rende giustizia dire che sei schietta o franca, perché queste parole si portano dietro una carica di disinvoltura. Direi piuttosto che, a parole come nelle foto, tu ti scopri, ti arrendi. Puoi aiutarmi a trovare la parola giusta?

Onestà. Tenere un blog soddisfa un bisogno di catarsi mio e, forse, di chi lo segue. Immagini e pensieri si combinano fluidamente perché scrivere è per me come fotografare: un’esigenza, uno sfogo. Un’operazione comunque introversa che compio per stare bene. Non so se si tratti di coraggio, forza o fragilità. Mi piace molto, invece, la parola arresa, a patto che non ci sia sotto un gioco di forza in base al quale uno vince e uno perde. Dove c’è l’arresa cade il gioco di forza.

Il blog è un ottimo strumento di marketing, però!

È un diario di viaggio. Non l’ho mai considerato uno strumento di promozione. E non mi considero una blogger: mi farebbe emotivamente molto male dover gestire il mio blog rispettando delle scadenze o una strategia. Non voglio neppure costruire un apparato critico per la mia fotografia: non spetta a me.

Come ti mostri nelle foto così a parole, mai eccessiva. Definisci il tuo lavoro “femminile”. Sembra che esaltazione, rabbia non vi trovino spazio. Ironia solo un pizzico. Sono emozioni che non ti appartengono oppure che trattieni per te? …pensi che andrai mai ad indagarle?

Ci sono molte emozioni che non metto nel mio lavoro, anche se le vivo. Per me il lavoro è introversione, resa, catarsi, delicatezza: il mio modo di sconfiggere e liberarmi da alcune emozioni. Il sentimento che mi ha mosso ad andare in Iran, quando ho scoperto a ventisei anni che mio padre era iraniano, è stato il rancore e la rabbia ma partire, andare nel deserto e fotografare mi ha aiutato a lasciar andar questa rabbia. Ho cercato di farlo non soffrendoci. Il risultato è delicato e non c’è rabbia nella fotografia.

Anche le palme verticali, viste da te si aprono in orizzontale.

È stato il primo progetto che ho sviluppato con leggerezza. Come fai a non avere leggerezza lì? Ero alla Hawaii e ho sentito il bisogno di interrompere la vacanza per andare a fotografare la vegetazione selvaggia. Ero in un posto meraviglioso e mi sono lasciata tutto dietro. La palma cresce selvatica ed è presente anche nell’ambiente domestico in quanto simbolo esotico. Con Sara Perovic abbiamo pensato di indagare questa duplicità, perciò avevo bisogno di  abbracciare l’ambiente, naturale o domestico, attorno alla palma.

Pensaci, avresti potuto restituirle nel contesto con una presa maggiormente scontata, in modo che queste spicchino. Non lo hai fatto, forse, per assecondare una Volontà di vedere le cose…

…Distese.

Luce morbida, sfocatura e acqua. Attorno ai soggetti dei tuoi ritratti c’è un umore. Cos’è?

Il lavoro con l’acqua inizia con una ragazza bulimica che faceva il bagnino in piscina, che guardavo sott’acqua e che mi è venuta voglia di fotografare così. L’immersione in acqua è un battesimo, redenzione, come pulirsi. L’acqua la puliva dal dolore che aveva. O almeno la vedevo così.

Diresti che questo umore, lo scansi o la attraversi.

L’attraverso. Forse è qualcosa che proietto io attorno al soggetto per sostenerlo. Quello che rimuovo è la volgarità. Un amico mi ha detto che i miei soggetti che sono nudi, attraverso la fotografia, li vesto. E stato un commento che mi ha fatto molto piacere.

Trieste. Stai valutando se vale la pena rimanere. Schiettamente, non penso che questa città abbia molto da offrire, almeno ad un artista come te. Che cosa ti farà restare?

Trieste è una città che ti da la possibilità di fare ricerca, se la prendi senza pretese, senza aspettative e senza l’ansia di avere un risultato. È umana. Non mancano i tempi e le relazioni per poter fare ricerca e lavorare. Qui, a differenza che a Milano, dove rischiavo di essere assorbita dal mondo della moda, posso dare spazio alla fotografia come percorso intellettuale più che come mestiere. Continuerò a fotografare per la moda, ma voglio farlo con distacco, lasciando del tempo per guardarmi dentro.

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(Sopra: trittico fotografico di Veronica Santandrea)

Per maggiori informazioni: www.albazari.me