Biennale Diffusa: Trieste si mette in mostra

Onore e riscatto esserci, per Trieste, alla Biennale di Venezia, nell’estensione del Padiglione Italia, scardinando quel “no se pol” tanto cittadino per permettere l’ingresso in quello che l’ex sindaco Dipiazza ha definito la Città proibita: il Porto Vecchio, una città nella città e una straordinaria testimonianza di architettura portuale-industriale dell’ottocento europeo.

Un variegato repertorio di pittori, scultori, ceramisti, fotografi, videoartisti, grafici e designer è in mostra nella Biennale diffusa, a rivelare il mosaico della realtà artistica italiana, nella quale il Friuli Venezia Giulia si staglia per la notevole presenza di artisti, ben 172, e non solo italiani. Solo a Trieste, rispetto alle molte mostre regionali, Vittorio Sgarbi ha voluto affiancare al Padiglione Italia della Biennale di Venezia la presenza dell’Ince, l’Iniziativa Centro Europea, che raccoglie 17 Paesi del Centro ed Est Europa. E, per la prima volta alla Biennale, vi ha aggiunto anche una sezione dedicata alla fotografia, selezionata da Italo Zannier.
Una grande opportunità inoltre la location per gli artisti tutti che possono giovarsi di uno spazio straordinario nel Porto Vecchio, riaperto al mondo e ai triestini, oggi grazie al recupero del suo Magazzino 26, una sorta di estensione della Biennale di Venezia nel luogo più corrispondente e analogo all’Arsenale, dove oggi è accolto il Padiglione Italia.
E allora percorriamolo assieme questo Magazzino 26, dove domenica 3 luglio si è alzato il sipario sull’Esposizione Diffusa, lasciandoci conquistare da alcune opere esposte.

In un angolo al terzo piano, vista sulla ferrovia, un armadio di legno a due ante si svuota, non degli ipotetici abiti che potrebbe contenere, ma della sabbia che lo riempie e, lentamente, fuoriesce dal buco della serratura. L’installazione di Carlo Bach, intitolata – che altro? – Armadio. E non può che attirare l’attenzione di molti, per quella montagnola di sabbia che va componendosi sul pavimento.
Pochi passi e una giovane, Francesca Martinelli, stupisce l’ignaro visitatore. L’artista ha registrato su una parete un inventario intero di vita familiare, tutta al femminile, tra foto antiche, medicinali salva-vita, tazzine, posate, scarpe, abiti e guanti di raso. E ancora, ciocche di capelli e memorie di un tempo andato, in un’installazione dal titolo Le cattive madri.
Pochi passi e il percorso approda a Paolo Cervi Kervischer che con il suo Eve and Adam, volutamente invertiti nell’ordine di menzione, ci introduce in un clima da moschea, in una contaminazione tra sacro e profano, sviluppata in uno spazio delimitato da tappeti e ombre nere dipinte, a terra e sulle pareti.
Con piacere incontro Federico Fumolo che ci regala il suo Ritorno a casa, in acrilico e spray su tre tele, a fotografare tre istanti di vita in cui l’uomo di città e la sua auto si avvicinano alla quiete domestica della sera, ormai annunciata dai fari accesi delle automobili.
Una città che ritorna nell’installazione di Fabiola Faidiga e racconta Trieste attraverso una lettura dell’Odradek kafkiano, fra fotografie e filmato di grande suggestione.
Fino alla sala attigua dove grande spazio è regalato all’opera di Giorgio Celiberti che domina la sala da una parete all’altra con un doppio striscione denso di segni graffianti, a raccontare la complessità dell’esistente nel suo Segmenti di eternità che dà il titolo al lavoro.
E ancora di esistenza e delle sue dicotomie ci parla Euro Rotelli, poetico nel suo Oggi esisto in ragione del mio dramma e muoio con il cuore lacerato dall’indifferenza, castrato dalle convenzioni e dai tabù. Sono alcune delle parole che laceranti accompagnano quattro dipinti di altrettante dicotomie dell’esistere.
Straordinaria e suggestiva la ristrutturazione di questi spazi da attraversare e ripercorrere più e più volte, incuriositi e affascinati, per giungere – perché no – a un’opera che ci regala un asettico open space con sei lucide scrivanie, disposte in due file ordinate, sui cui piani i computer emettono bucoliche immagini di prati fioriti. È Open space for Narcissus, l’installazione di Manuela Marassi. Curiosa come curioso è l’acrilico del grande Gillo Dorfles, il più agée in mostra: Ciclope con zampe e uncino.
Tanti sono i giovani in mostra, al fianco dei grandi maestri della nostra regione, da Giorgio Celiberti a Nane Zavagno, da Giuseppe Zigania ad Alice Psacaropulo e a Gillo Dorfles, per l’appunto, solo per citarne alcuni.
Spicca nel panorama della mostra il quadro smisurato di Paolo Ferluga che registra, per non dimenticare, ciò che il titolo dell’opera da solo bene esprime: Quel che resta della fine di un millennio e dell’inizio di un altro, almeno qui, in Italia. Un grande patchwork degli accadimenti del nostro Paese tra un millennio e l’altro.
Eppoi l’opera del fotografo Franco Pace che con il suo Calma di vento dalla splendida fotografia si espande in un continuum alla vela sottostante. E ancora foto, per concludere, con i fotografi, selezionati da Zanier, al secondo piano in uno spazio tutto loro che dà il giusto risalto alle opere di Elio Ciol, Ulderica Da Pozzo, Mario Sillani Djerrahian, Pierpaolo Mittica, Mauro Paviotti e Donato Riccesi.

articoli correlati:

BIENNALE FVG 2011 TRIESTE PRESENTAZIONE ALLA STAMPA

MARCO PUNTIN:”“IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE”

ANTONIO PIO SARACINO “IMPARA L’ARTE E METTILA DA PARTE”