Stefano Cergol: “Sono quello che i giornali, con garbo, chiamano expat”

(…non un “cervello in fuga”, badate bene)

Detta così suona chirurgico, asettico – come se dietro quella parola non ci fosse una persona – ma che fino a qualche decennio fa, con più onestà, chiamavamo emigrante. Insomma, uno che ha fatto le valigie e se n’è andato dall’Italia in cerca di fortuna. E purtroppo non sono un animale raro. Il popolo di quelli che hanno deciso di lasciare l’Italia per ricominciare da un’altra parte è un mare che cresce giorno dopo giorno. Non lo dico io ma le Questure, gli uffici delle anagrafe, l’Istat. Noi expat siamo quelli a cui la politica guarda con interesse solo quando ci viene recapitata per posta la cartella elettorale o i santini del re di turno perché contiamo parecchio e riusciamo a muovere i sottili equilibri del Transatlantico.

Ma stiamo ai fatti. Sono ormai tre anni che vivo, viviamo (io e la mia famiglia) lontano dall’Italia, a Curacao, nelle ex Antille Olandesi, un tempo paradiso fiscale e rifugio di molti capitali, oggi un’isola quieta, votata al turismo e con una ferita grossa così proprio in mezzo alla città che qui chiamano Isla – l’ex raffineria della Shell – ora gestita dal governo venezuelano. Un po’ come Trieste e i miasmi della ferriera, che tutti dicono di voler chiudere ma nessuno ci prova veramente. Le analogie con la mia città però finiscono qui. A parte il mare. Anche se il mare di Curacao non è quello che contemplavo da bambino dal terrazzo di casa mia a Servola; fermo, immobile anche nelle giornate di boriana; come quando da piccolo nella vasca da bagno sbatti piedi e mani ma alla fine tutto si riduce a qualche pozzanghera sul pavimento. A Curacao, signori, c’è l’oceano e, lasciatemelo dire, ha un altro sapore. I colori innanzitutto, che vanno dal verde al turchese all’azzurro al blu profondo e denso come l’inchiostro. Un mare pescoso che i locali non amano pescare perché, parliamoci chiaro, il mestiere del pescatore è duro, fatto per mani grosse e callose e qui a Curacao la gente non ama troppo far fatica. Strana gente i curasoleñi, aspri come gli olandesi eppure capaci di ampi sorrisi e slanci di generosità che ti illuminano la giornata se cerchi di ragionare con la loro testa o se solo capiscono che non sei un “makamba”, come loro chiamano i bianchi olandesi figli di quei conquistatori che per qualche centinaia d’anni fecero di quest’isola il centro per lo smistamento degli schiavi provenienti dall’Africa.

 

 

Ma perché Curacao? chiede solitamente la gente quando racconto loro la mia storia. In realtà io e Franca (la mia compagna da ormai diciotto anni nonché madre dei mie due figli, Tommaso e Caterina) era da un po’ che accarezzavamo l’idea di andarcene dall’Italia, ben prima che la crisi dei mutui subprime sparigliasse le carte dell’economia globale mandando gambe all’aria tante imprese e gettando nella disperazione migliaia famiglie.
All’inizio fu un gioco, di ritorno da una vacanza a Malindi, tanti anni fa. Guidavamo verso casa dall’aeroporto di Bergamo e provammo a immaginare dove avremmo voluto essere di lì a dieci anni. Al caldo, ovviamente, ma non il caldo umido e vigliacco del SudEst asiatico, troppo distante da noi col cuore latino. No, quello ti si attacca sulla pelle e non ti molla più. Noi volevamo il sole, le onde, l’odore di lime. Per anni quel gioco continuò a rallegrare le nostre fredde serate invernali, sferzati dal vento rabbioso di Trieste che sembra uscire da una turbina e ti costringe a camminare assumendo pose innaturali. E proprio quel vento (che chiamiamo Bora e alla maggior parte dei triestini piace al punto da scriverne sopra delle canzoni) è stato il primo mattone sul quale abbiamo costruito il nostro sogno di fuga. Intendiamoci, non è per colpa della Bora che ce ne siamo andati, i motivi sono molto più seri, profondi. Il lavoro che non gira più, la politica che non ascolta i bisogni della gente, l’insoddisfazione ma soprattutto la consapevolezza di svegliarsi al mattino e accorgersi che sotto la doccia non si canta più ma si bestemmia e si maledice l’oggi consapevoli che il domani sera ancor peggio.
Così, un bel giorno di quattro anni fa, con una azienda da gestire ormai al collasso nonostante gli sforzi sovrumani per tenere la barra e una professionalità calpestata nel quotidiano da clienti che ti guardano negli occhi e ti dicono che o “cali le braghe” o quel lavoro che a te serve per pagare gli stipendi lo daranno a uno nuovo che fa dei prezzi migliori, abbiamo deciso di fare le cose seriamente.
Sul tavolo una cartina geografica e un computer. Nella testa tanta confusione: Colombia? No, ci sono i narcos. Costarica? Anche, ma sarà poi così sicura come dicono? Panama? Honduras? Venezuela? Infine, improvvisamente, un libro (Il problema Spinoza di Irvin Yalom) e un nome stampato tra le fittissime righe del racconto: Curacao. Suonava caldo e protettivo come il grembo di una madre. Qualche ricerca in internet ci confortò sul fatto che quel paese lontano 9.000 chilometri da casa poteva essere una nuova madre per noi. Una buona sanità, sistema scolastico e welfare efficienti, sicurezza e ampio spazio per chi aveva voglia di rimboccarsi le maniche. Detto fatto, mia moglie consumò tutte le ferie è staccò un biglietto per le Antille, destinazione Willemstad, capitale nonché unica città di Curacao, piccola isola dei Caraibi meridionali che in tutto fa 70 chilometri da punta a punta e da cui nelle giornate terse si scorgono le coste del Venezuela. Quaranta giorni durante i quali ci aggiornavamo la sera via Skype (“allora, come andata oggi? Si può fare?”) provati dalla lontananza ma consapevoli che il grande passo era lì, a portata di mano.
Oggi, a riguardare indietro quei giorni, sembra una pazzia eppure, a distanza di nemmeno sei mesi da quel fatidico viaggio, le nostre cose erano già belle che impacchettate nel mezzo del salotto e i biglietti aerei di sola andata per Curacao nelle nostre tasche. Nel portafoglio una liquidazione (quella di mia moglie, perché io nel frattempo avevo dovuto chiudere malamente la mia agenzia di pubblicità) di certo non faraonica ma con la quale sognavamo di poter far grandi cose: un negozio, un’agenzia turistica e soprattutto tante nuove esperienze con mestieri che non erano i nostri.
Non voglio esagerare dicendo che è stata durissima ma ancora ricordo la sera prima di inaugurare il negozio, con il conto corrente letteralmente prosciugato e quella vocina là in fondo che malignamente erodeva il nostro entusiasmo e le nostre certezzee e mi diceva “…e se domani non entra nessuno?”.
Per fortuna non è stata così. Il negozio è andato subito bene. L’agenzia turistica Sabbiebianche ci ha messo un po’ a ingranare ma ora siamo piuttosto conosciuti e riceviamo richieste da tutta Italia e anche dall’estero, tant’è che siamo al lavoro su una nuova piattaforma multilingue che ci permetterà di espandere l’attività anche in NordAmerica e in NordEuropa. E siccome Franca ed io siamo e rimarremo per sempre dei cavalli scalpitanti, dopo la positiva esperienza del primo negozio, abbiamo pensato bene di aprirne un altro, dedicato alla moda e al design italiano che qui a Curacao sono tenute in altissima considerazione, come la cucina d’altronde. Un po’ per differenziare il rischio, un po’ perché le avventure ci piacciono e stare fermi ci annoia. Lo abbiamo chiamato Capri perché è un nome semplice, facile da pronunciare e perché buona parte degli abiti che vendiamo arrivano da quelle parti. Io per canto mio continuo anche a lavorare come grafico per clienti olandesi che riconoscono la mia professionalità e pagano puntualmente e il giusto.

 

 

E i nostri figli? Felici come non li ho visti mai. Vivono in mutande (certo che no, è un modo di dire dato che qui a Curacao la temperatura non scende mai sotto i 28 gradi, estate e inverno) e hanno un sacco di amici, di tutti i colori, religione e lingue. Parlano l’inglese e studiano, malavoglia, il papiamento, la lingua locale. Per l’olandese direi invece che non c’è speranza. A loro abbiamo regalato una vita diversa, spero migliore, e un futuro che in Italia sarebbe stato sicuramente diverso. Non so se peggiore ma sicuramente non migliore.
A tutti quelli che in questi mesi ci hanno scritto (e sono centinaia, vi assicuro) continuo a dire che qui stiamo davvero bene, che abbiamo ritrovato un sorriso che in Italia avevamo smarrito e che il mare cristallino e il sole aiutano a ricaricare le batterie. Ma dico anche che non cedano al luogo comune della fuga e della voglia di evasione. Che i Caraibi sono altro dalle copertine delle riviste di viaggio. Che non conto le volte che abbiamo sbattuto il muso trovandoci la sera a chiederci dove stavamo andando, facendoci forza a vicenda. Che casa tua è dove sei tu, i tuoi affetti, la tua famiglia. Che gli affetti non si barattano con un mojito e che la vita non è solo fatta di spiagge e tramonti infuocati. La vita, quella vera, si vive a piccoli passi, giorno dopo giorno, con fatica e determinazione, lavorando sodo, spesso sette giorni su sette (perché il turista non ammette di trovare i negozi chiusi quando sbarca dalla sua gigantesca nave bianca) ma non rinunciando mai a sognare e circondandosi di persone che ti vogliono bene e ti apprezzano per quello che sei e per i valori che con loro condividi. E’ la sola e unica lezione che mi sento di dare a tutti quelli che vorrebbero fare il grande passo come noi.

Per cui, buona vita a tutti e cercate di viverla al meglio ogni giorno.

 

(Per maggiori info www.sabbiebianche.com)