La crisi della globalizzazione e la mistificazione del protezionismo

Nuove sfide si allineano all’orizzonte e i dati macroeconomici dipingono tutt’oggi scenari difficili da interpretare. Troppo spesso, le leadership emergenti a livello globale rispondono a queste novità invitando alla chiusura. Il protezionismo non è e non può essere la risposta alle nostre paure; la genesi e le cause del ritiro della globalizzazione possono chiarire il perché.
L’era che stiamo vivendo è, come ben sappiamo, un momento della storia intriso di cambiamenti. I bambini non giocano più per strada e le ragazze non si conoscono più al bar ma nei meandri delle chat, all’ombra dell’allegra luce di smartphone e schermi del caso.
Chi è nato tra gli anni ’50 ed ’80 ha vissuto il periodo d’oro del nostro Paese, un boom economico che aveva convinto tutti che il capitalismo, nonostante le mille storture, fosse il modello destinato a far sì che i nostri figli sarebbero sempre stati meglio di noi. Questa spirale virtuosa sembra purtroppo essersi interrotta dopo la crisi del 2008 e l’economia globale ne mostra i segni tanto quanto quella nazionale. A doversi mettere in discussione, stando alle ultime informazioni fornite dall’Economist, sono state anche le tanto bistrattate multinazionali. Il mondo non le vuole più e le accusa di investire pochissimo sul territorio, di essere avide e di voler solo riportare in patria i profitti generati all’estero.
Volendo analizzare il fenomeno dell’ascesa e del declino delle multinazionali si può comprendere in che direzione stia andando l’economia mondiale, fino ad arrivare alle tendenze protezionistiche che da più parti vengono invocate dai leader di oggi. L’85% degli investimenti creati dalle multinazionali è stato effettuato dopo il 1990. Questo flusso di capitali aveva una natura straordinaria, in parte dopata dal periodo storico di apertura di nuovi mercati grazie alle dissoluzione dell’URSS e la distensione a livello europeo. Il boom, oltre a tendenze macro economiche, è stato riconducibile anche a tre categorie che avevano tutto da guadagnare e poco da perdere, dalla globalizzazione: gli investitori, che si aspettavano che le multinazionali potessero generare ricavi più rapidi delle normali aziende (e non avevano tutti i torti), i paesi origine delle multinazionali, che ricevevano maggiori entrate fiscali, ed infine i paese dove le multinazionali sceglievano di approdare, che vedevano aumentare i posti di lavoro e, conseguentemente, i consumi interni.
Se i ricavi delle grandi imprese mondiali dell’area OCSE sono scesi del 17% negli ultimi cinque anni, questo significa che le suddette condizioni sono venute meno. Le retribuzioni nei paesi emergenti si stanno lentamente alzando, erodendo così il margine di profitto delle aziende che non possono nemmeno contare su ulteriori sconti fiscali nei paesi d’origine (nella maggior parte dei casi tutto quello che si poteva fare è già stato fatto). La complessa organizzazione che caratterizza le imprese con ramificazione all’estero costituisce una zavorra della quale è impossibile fare a meno. La maggiore attenzione al pagamento delle tasse, la tutela dei posti di lavoro a livello locale ed in generale la rabbia che anche a tra i politici si sta generando contro questi giganti dell’economia globale sono tutti fattori che creano un ambiente poco favorevole all’ulteriore proliferare di questo fenomeno.
Alla ritirata della globalizzazione che viviamo ai giorni nostri corrisponde il ritorno di una vecchia conoscenza, il protezionismo. In parte aiutati dalla rabbia dei ceti medio-bassi che sentono di averci rimesso a seguito della sempre maggiore integrazione dei mercati, diversi politici del Vecchio e del Nuovo Continente sembrano credere che la strada sia quella di tutelare le merci nazionali, a scapito di quelle straniere. È un peccato però che dall’ultima adozione di questo genere di politiche il mondo sia cambiato parecchio. Le singole nazioni si sono specializzate in nuove produzioni, perdendo alcuni settori che una volta accomunavano tutti i partecipanti al mercato. L’Italia ha visto precipitare i propri consumi interni a favore dell’export, che oggi rappresenta la vera opportunità per il nostro Paese. Si è infine compreso come sia necessario per le economie occidentali, specializzarsi in prodotti o lavorazioni dall’alto valore aggiunto, dove appunto possiamo contare o su investimenti in ricerca e sviluppo che nei paesi emergenti sono difficilmente replicabili, oppure su caratteristiche peculiari dei nostri territori, vedi l’agroalimentare italiano. Su tutto il resto, che lo si comprenda o meno, ci battono quei paesi dove il costo del lavoro è minore. In secondo luogo è assolutamente necessario tener presente che oggi, in particolar modo in un paese privo di materie prime come l’Italia, le merci subiscono almeno due passaggi doganali prima di arrivare al consumatore finale. La logica protezionistica porterebbe quindi ad un rincaro dei prezzi senz’altro dannoso per un Paese come il nostro che è generalmente costretto ad importare materiali per lavorarli e rivenderli in giro per il mondo.
La prima globalizzazione della storia dell’umanità si ebbe tra fine ‘800 ed inizio ‘900. Il suo percorso, facilitato dalla diffusione della rotaia e da invenzioni come quelle di Guglielmo Marconi, ebbe fine il 28 giugno 1914, quando Gavilo Princip sparò all’arciduca Francesco Ferdinando. Il protezionismo, ma più in generale la chiusura verso l’esterno, ha spesso coinciso con i nazionalismi, responsabili nel corso del 1900 dei periodi più bui della storia dell’umanità.