I muri non se li è inventati Trump

Le barriere sono state una costante della storia dell’umanità. Nate come uno strumento di difesa, il loro motivo d’essere stava nel proteggere coloro che vi si rifugiavano dietro. Ancora oggi, nonostante l’estrema mobilità delle persone e delle merci garantita dalla globalizzazione, c’è chi pensa di costruire muri, rifacendosi a numerosi esempi del passato che però non sempre hanno avuto successo.

Durante il periodo medioevale, le città-fortezza divennero dei punti di riferimento per la plebe delle campagne, unica ancora di salvezza quando la guerra infuriava devastando i villaggi e bruciando i campi.
Tra gli esempi più riusciti del paradigma di muro difensivo ci sono sicuramente la Grande Muraglia cinese (215 a.C.) e il Vallo di Adriano (128 d.C.). Entrambi purtroppo non riuscirono nell’obiettivo che si ponevano, finendo per cadere sotto la pressione dei popoli aggressori. Questo probabilmente a causa della difficoltà da un lato logistica, legata alla realizzazione vera e propria di un’opera del genere e dall’altro organizzativa, in quanto dopo la costruzione del muro si rende necessario il suo presidio, inevitabilmente tanto più arduo quanto più lungo è il percorso.

Una diversa fenomenologia è quella del celebre muro di Berlino, costruito in una sola notte, tra il 12 ed il 13 agosto 1961, al fine di prevenirne la fuga dei cittadini della filosovietica Repubblica Democratica Tedesca verso la più ricca Repubblica Federale Tedesca. Simbolo dell’era della Guerra Fredda, la sua caduta ben 28 anni dopo pose fine a quello che gli storici hanno soprannominato il Secolo Breve. Questo muro, anche grazie alle meraviglie della tecnica dell’epoca, fu piuttosto efficace, ed è possibile dire che riuscì sostanzialmente nel suo intento, bloccando con mine antiuomo, filo spinato e chilometri presidiati da mitragliatrici chiunque tentasse di attraversare.
Merita di essere ricordato anche il muro nato nel 1953 tra le due Coree, all’altezza del parallelo numero 246, ancora oggi attivo e rappresentante la zona di demarcazione tra due paesi che de facto non hanno mai deposto le armi. Simbolo di un’altra tragedia moderna, tuttora in essere, sono le barriere che separano Israele dai territori palestinesi. Come nel caso coreano, anche questi muri sono costruiti con la speranza di contenere una minaccia esterna e, nonostante siano stati distrutti durante la seconda Intifada, hanno rivisto la luce nel 2002, per un totale di 800 km di acciaio e cemento armato che ogni giorno ricordano al mondo, e ai paesi occidentali in particolare, gli errori geopolitici commessi in Medio Oriente.

Ultimo in ordine temporale ma certo non d’importanza è il muro del presidente statunitense Donald Trump. Arginare l’ondata migratoria che dal Messico si dirige verso il Nord America è stata una delle grandi battaglie della sua campagna elettorale e la soluzione che ha proposto al pubblico entusiasta è stata appunto la costruzione di un’imponente barriera, con la quale porre fine alla questione una volta per tutte. La proposta ha creato parecchio scompiglio tra le fila repubblicane, dividendo tra chi crede fortemente nel progetto e chi invece non lo trova efficace in una logica di costi-benefici. Innanzitutto ci sono dei problemi pratici, legati allla realizzazione che, sebbene tecnicamente fattibile, dovrà riuscire a coprire efficacemente gli oltre 3.000 km di confine che dividono i due paesi. Quando Trump incita i suoi al grido “Build that Wall”, sa che un muro esiste già lungo circa 1.000 km di territorio, nelle zone ritenute più a rischio. Quello che non dice è che questa esperienza si è rivelata sostanzialmente fallimentare, anche per via del fatto che non si è riusciti a rendere la recinzione una linea continua, con diverse interruzioni che permettono a chiunque di passare liberamente. Il fallimento, in ogni caso, è stato causato dall’accorgimento più banale in assoluto che i migranti potessero adottare: le scale. La barriera oggi esistente è alta circa 6 metri; il giorno dopo la sua costruzione le scale erano alte 6 metri e mezzo. Oggi Trump promette un muro di 10-15-20 metri, la cui realizzazione avrebbe dei costi esorbitanti, con cifre che oscillano tra i 25 ed i 38 miliardi di dollari a seconda del progetto preso in considerazione. Ovviamente il Messico non sarà entusiasta di doverlo pagare di tasca sua, così l’amministrazione USA ha messo in conto di dover anticipare i denari per la costruzione, che saranno quindi restituiti da oltre confine, con un meccanismo non meglio specificato. Sebbene l’altezza di scale in legno come quelle usate dai migranti messicani abbia un limite, resta il problema di capire come i Border Patrol americani possano presidiare una lingua di territorio lunga oltre 3.000km.
Rimarrà irrisolta la questione dei tunnel sotterranei per l’attraversamento, che già i narcos usano per importare nel paese droga e clandestini. La costruzione di questo muro lascerà inoltre priva della considerazione che meriterebbe anche la modalità attualmente più utilizzata dai migranti latini per arrivare negli USA: il visto turistico. Che la Casa Bianca lo ignori o meno, la gran parte delle persone che sbarcano sul suo territorio lo fanno legalmente. La maggioranza degli irregolari entra nel paese scendendo da un aereo di linea, senza alcun bisogno di scavalcare un muro. Spesso, alla scadenza del permesso il migrante decide di non tornare a casa, forse perché scoraggiato dall’altezza dei muri che troverebbe sulla via, o magari perché lo aveva deciso fin dall’inizio, chissà.