Made in Italy forever

C’è stato un tempo in cui indossare abiti firmati da un sarto francese rendeva unici, come degustare un vino francese o la cucina dei grandi chef. Fuggire dal provincialismo era un segno distintivo, lasciava intendere che si aveva la possibilità di viaggiare e vedere il mondo con i suoi costumi e abitudini diverse. Il Sushi e il Kobe in Giappone, i Macarons a Parigi, il Caviale nel Mar Nero…
Il tempo è trascorso e la possibilità di viaggiare low cost in aereo o addirittura gratis su internet, ha tolto l’esclusività, aprendo però ad orizzonti possibili per tutti. Le grandi catene, poi, hanno internazionalizzato ogni sorta di merceologia, compreso il cibo, offrendo sushi nei supermercati e pizza o kebab in ogni angolo della terra.
Persino le aziende rampanti hanno considerato provinciale assumere personale in loco, preferendo le piazze milanesi, con i “cacciatori di teste” in grado di reperire le migliori risorse sul mercato globale. Era un passaggio che si doveva fare, un’integrazione di razze, lingue, religioni, accanto ad un’inevitabile omogeneizzazione di pensieri, usanze, cibi. Da questo fantastico mix qualcuno ha guadagnato e qualcuno avrà pur perso qualcosa: per esempio le aziende assumono spesso mercenari di passaggio, interessati a sé stessi più che all’azienda storica della loro città. Se invece ci riferissimo alla cucina, Paesi senza storia e tradizione, ma anche privi di gusto e piacere per la tavola, hanno assunto un rango in tempi rapidi, a discapito di altri. Così la geniale pizza, oggi, ha il suo regno in Brasile, che annovera la maggior concentrazione di pizzerie al mondo, mentre gli USA, con le grandi catene in stile Pizza Hut (tipo 12.000 punti vendita nel mondo), si vantano di aver portato la Pizza americana (?!) in cento Paesi! Forse in Italia ci siamo fatti sfuggire qualcosa… Però in cambio abbiamo importato da loro milioni di Hamburger scadenti, irrinunciabili ormai per i nostri figli, ancor più legati dei padri al grande Sogno americano e all’influenza dei relativi costumi per mille aspetti della vita quotidiana, dall’abbigliamento alle bibite, dal linguaggio (slang) al modo di salutarsi per strada… Tutti americani, tutti esterofili!
Affondiamo il colpo: sapete qual è l’automobile più conosciuta e amata al mondo, il sogno che accomuna la gran parte dello stesso? La Ferrari, è facile. Ma sapete qual è invece l’automobile-desiderio degli italiani? La Porsche, ovviamente, o comunque un’auto tedesca!
Volendo potremmo fermarci qui: un problema serio dell’Italia e del suo declino sono gli italiani tutti, non la classe politica o dirigente soltanto! Siamo noi che non ci fidiamo di noi stessi, che non studiamo la nostra cultura e non l’apprezziamo, noi che a questo mondo abbiamo dato tutto tra arte, cultura e buongusto, quando ancora dal Nord scendevano barbari devastatori e oltre oceano erano ancora all’età della pietra.
Accennare alla creatività, il gusto, la genialità degli italiani è oggi argomento riservato ai foresti, dato che noi mandiamo i figli all’estero a studiare grigia e tetra finanza anglosassone, nella speranza che non ritornino nel Bel Paese in rovina. E restano stupiti, gli stranieri stessi, della nostra mancanza d’orgoglio di appartenenza, dato che siamo spesso il motivo della loro invidia.
Torniamo al cibo. Il Gastronauta Davide Paolini, attento analista dei consumi alimentari su Radio 24, osserva il boom della cucina spettacolarizzata in Tv a tutte le ore o su internet, con 25.000 blog, per un totale di 35 milioni di persone in contatto. Parallelamente riscontra una discrasia nel calo della spesa alimentare degli italiani e la chiusura di 10.000 ristoranti nell’ultimo anno. Un po’ come se ci accontentassimo della “rappresentazione” del cibo, più che della sua sostanza, dell’esercizio di tutti i sensi, a cominciare da quelli che al monitor non si esercitano. Il cibo che suscita interesse, in sintesi, si concentra più sull’apparenza e la conseguente necessità di stupire, che sulla sostanza.
Eppure la cultura enogastronomica, per l’Italia, può essere un’opportunità economica primaria, qualora decidessimo di investire, un po’ come per il turismo: entrambe risorse che diamo talmente per scontate da non prestarci attenzione. Primati assoluti che stiamo perdendo in favore di altri che vantano molto meno in risorse naturali e storiche, ma non certo in competenza, intraprendenza, capacità di fare mercato. Persino d’esser più furbi degli italiani.
Trump, personaggio assurdo per molti aspetti, ha vinto le elezioni incitando gli americani a rifare grande l’America e basta: che il resto del mondo si arrangi. Messaggio in controtendenza con la globalizzazione, potrebbe pensare qualcuno, ma cosa stanno facendo da tempo i tedeschi o i francesi, europeisti quando va bene o gli inglesi? Forse il loro Presidente o la loro Polizia andrebbe mai in giro con automobili italiane, anche se fossero Maserati? Impossibile… Noi invece sì, che sia spirito europeista o sfiducia nel proprio Paese, come un nostro Presidente del Consiglio che (vantandosene e generando mille altri emuli) ha sempre viaggiato su auto tedesche e snobbato le italiche. Un grande esempio.
Sarebbe bello avere l’orgoglio d’essere italiani e sostenere la produzione in Italia, anziché lamentarsi del lavoro che manca per i giovani e contemporaneamente sostenere i costi delle diffuse casse d’integrazione.
Sarebbe bello imparare a scuola la cucina italiana, i vini e capire da subito il valore vero e non quello ricco di orpelli, ma privo di profumi e sapori, della Tv o della rete. Sarebbe bello conoscere le mille varietà di prodotti della natura e i mille modi di accoppiarli della tradizione italiana, tesoro che nessun altro possiede, tanto da essere un modello per chiunque oltre il nostro confine. Sarebbe bello avere l’orgoglio e la capacità di farne un brand con dei valori da raccontare e vendere… ma forse qualcuno ci ha già pensato e infatti Eataly è già un’icona mondiale 😉