Platone amava i fichi secchi e le olive

Di Aristotele, il grande Stagirita, si dice che avesse una notevole quantità di pentole. Epicuro amava smodatamente il formaggio. Diogene era un naturista, come abitava in una botte, diceva che non serve un bicchiere per bere perché basta il palmo della mano e defecava ovunque si trovasse, così si cibava solo di frutti raccolti. A Zenone di Elea, quello di Achille e la Tartaruga, piacevano il miele, il vino e i fichi verdi.
Il filosofo illuminista tedesco Immanuel Kant, usava molto la senape, voleva il pane di buona qualità e pretendeva che la carne fosse sempre tenera. Non era quel che si suol dire un mediterraneo: viveva nell’attuale Polonia, a ridosso del Mar Baltico. Egli soleva fare colazione alle cinque del mattino e poi faceva un solo lungo pasto giornaliero, conversando con altri e anche commentando i cibi che assumeva. Il filosofo francese Fourier era ghiotto di marmellate e Friedrich Nietzsche adorava il cioccolato, la cucina piemontese e in particolare le salsicce: ”Mangio da solo … ogni giorno una bella bistecca al sangue con spinaci e una grossa omelette (ripiena di marmellata di mele)… la sera qualche fettina di prosciutto, due tuorli d’uovo e due panini, e niente più”.
E niente più …
Il filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein mangiava di frequente i fiocchi d’avena. Era austriaco, naturalizzato inglese. Jean Paul Sartre amava i salumi, odiava i crostacei e non voleva saperne dei pomodori. Il caposcuola del futurismo, Filippo Tommaso Marinetti, se la prendeva con la pastasciutta “assurda tradizione gastronomica italiana”. Bertrand Russel amava le pesche e le albicocche.
Ludwig Feuerbach diceva che l’uomo è ciò che mangia, ma è piuttosto vero il contrario: l’umo mangia in base a cosa e come è. La filosofia di un uomo – diceva il filosofo idealista tedesco Fichte – dipende da che uomo egli è. La cosa si può dire del cibo: il mangiare di un uomo dipende da che uomo egli è. L’uomo non mangia a caso, né mangia per nutrirsi. Nessuno mangia per sola necessità, per riempire lo stomaco, se non in situazione eccezionali e di emergenza. E’ piuttosto il contrario: si nutre per mangiare e mangia per essere. Mangiare ha un fine che non è solo mangiare, l’uomo infatti, non fa niente che sia solo materiale. Tutto ciò che sembra materiale non è solo materiale. Tutto ciò che l’uomo fa è umano, egli fa tutto con tutto se stesso e non solo con il corpo. La gola e lo stomaco non sono solo strumenti e il gusto è, in fondo, una filosofia di vita.
Karl Marx aveva scritto una cosa molto importante sul cibo: “La fame è la fame; tuttavia una fame che venga soddisfatta da carne cotta mangiata con coltello e forchetta, è una fame diversa da quella che vien placata da carne cruda mangiata servendosi di mani, unghie e denti. Mediante la produzione è non solo prodotta la materia del consumo, ma anche il modo del consumo; la produzione opera non solo sul piano oggettivo, ma anche su quello soggettivo. La produzione crea anche i consumatori”.
Si mangia con gli occhi e non solo con la bocca: “Se mangio un dolce rosa, il suo sapore è rosa” diceva Sartre. Si mangia con la mente e non solo con la bocca. Ancora Sartre diceva che “Non vi è nulla, nemmeno nelle preferenze alimentari, che non abbia un senso” e che “Ogni cibo è un simbolo”. Nell’uomo la natura è sempre anche cultura. Marx sbaglia su un punto: anche quando mangiava con le mani, le unghie e i denti, l’uomo esprimeva già una cultura del cibo. La cultura non è un mero prodotto della produzione, è un fatto umano di cui anche la produzione poi si serve. I gusti vengono creati, le tendenze plasmate e quasi pianificate, le mode culinarie sono come quelle dei vestiti, le rassegne gastronomiche equivalgono alle grandi sfilate della moda parigina o milanese. La produzione produce non le cose da mangiare ma la loro simbologia. I ristoranti vendono immagini che non si possono mettere sotto i denti. A tavola ormai prevale l’estetica. Conta ciò che si vede, si tocca, si sente, si odora … più di quello che si mangia. Conta più dove si è piuttosto che cosa si fa. Con chi si è seduti al tavolo piuttosto che cosa c’è sul tavolo. L’essenza del mangiare è sempre il contemplare. Tutti i vini di eccellenza sono “da contemplazione”, ma anche un vino mediocre lo è in un determinato momento, in un certo contesto soggettivo e relazionale. E’ vero, come diceva Marx, che la produzione dà anche le regole di atteggiamento, produce visioni e suscita attese simboliche: plasma non solo le cose da consumare, ma anche il consumo e soprattutto i consumatori. Ma lo può fare perché l’uomo è cultura, pensa sempre, anche quando mastica, si immagina sempre, si proietta e si progetta, in altre parole trascende sempre se stesso. L’uomo non è mai là dove lo vedi e lo trovi, è sempre più avanti.
“Lo spirito tedesco – scriveva Nietzsche – è un’indigestione, non assimila nulla”. Giudizio spietato, a dire il vero, ma anche impossibile. Tra la cultura della nazione e il cibo c’è una stretta relazione: ogni popolo è il suo cibo, ogni cibo esprime il suo popolo. Ciò vale non solo per i sopravvalutati francesi o per i sottovalutati inglesi, o per gli ipervalutati italiani, ma anche per gli snobbati tedeschi. Anch’essi hanno la loro cultura in cucina: amano bere molto dopo mangiato, prendono la minestra prima del pranzo, rendono le verdure grasse e farinose e conducono i dolci alla degenerazione. E’ la loro cultura. Essa è come essi sono, e sarebbe un guaio distruggerla solo perché la riteniamo inadeguata: “La cucina tedesca- continuava Nietzsche – cosa non ha sulla coscienza!”. E da Torino chiosava: “Sa Iddio come si chiamano in tedesco! Oggi ho mangiato gli ossibuchi”.
Rousseau diceva che gli italiani, che mangiamo molte verdure, sono effeminati; gli inglesi, che mangiano molta carne, sono barbari. Gli svizzeri sono freddi e pacifici quanto violenti e collerici e infatti amano sia il latte che il vino. Il francese è aperto a tutti i cibi e infatti è duttile e mutevole.
L’uomo spiritualizza le cose e le cose sono lì apposta per essere spiritualizzate Una cosa non è mai solo quella cosa, essa ci dice sempre qualcosa in più di quello che è. Del resto la cosa conosciuta dall’uomo e vivente nella sua anima vale di più della cosa materiale stessa. L’uomo smaterializza le cose, ma per farlo non può che passare attraverso la loro materialità. Il cibo è fatto di cose materiali – gli “ingredienti” che si leggono nelle confezioni – ma l’uomo le smaterializza e, siccome mangia anche con l’anima, dona loro una nuova esistenza superiore. Certo: ci sono gradazioni. La cosa migliore è non essere né rozzi e laidi mangioni, né eterei speculativi. Nel primo caso si perderebbe il piacere dell’immateriale, nel secondo caso si fuggirebbe nell’immateriale perdendo i contatti con la corporeità di cui pure siamo fatti. L’uomo, diceva Platone, non è né bestia né angelo e questo si deve vedere anche quando mangia.
Mangiare, quindi, è una battaglia per l’uomo, significa non prostrarsi davanti alla materia e far vincere lo spirito pur masticando e degluttendo – ossia facendo cose molto materiali e perfino meccaniche – ed anche ingurgitando brodi e minestre. Ma è anche non cedere completamente allo spirito che disprezzerebbe la materia. Scriveva Rousseau: “Un uomo cattivo che vivesse di solo brodo deperirebbe immediatamente”. Al contrario, i francesi rendono troppo sofisticati i loro cibi e non sanno essere semplici. Secondo Seneca, da quando il cibo non serve più a saziare la fame ma a suscitarla, qualcosa si è guastato. E’ vero: bisogna mantenersi fedeli alla terra e nello stesso tempo salire in cielo. Mangiare non serve solo a nutrirsi, ma pensare di mangiare senza pensare anche a nutrirsi è una patologia. Mangiare solo per nutrirsi è pure una bassa patologia. Inseguire troppe sofisticherie con il piatto semi-vuoto è da snob senza più voglia di vivere. Ubriacarsi in una birreria ingurgitando senza posa salsicciotti imbevuti di maionese fino a stomacare è da animali. Tra le sofisticatezze shic e le sbornie grossolane c’è l’umanità del mangiare.