Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi

di Pietro Di Natale (storico dell’arte e curatore della mostra)

L’arte ha una funzione culturale, è autenticamente cultura animi, e per questo non è solo utile, ma anche necessaria nel percorso di ogni uomo. Una collezione d’arte privata è la fondazione di un sistema simbolico, la creazione di una palestra per l’anima, un luogo dove si materializzano scelte intime, meditate e, talvolta, sofferte. Sovente si dimentica che la sua più alta vocazione sia quella di accogliere il pubblico, di offrirsi agli sguardi, di raccontare la propria storia.

Con quaranta dipinti antichi – da Antonio e Bartolomeo Vivarini a Filippo Comerio – la collezione collezione Cavallini Sgarbi ha esordito nel biennio 2013-2014 prima in Spagna, a Burgos (Il giardino segreto, Casa del Cordón) e a Cáceres (Il furore della ricerca, Fundacion Mercedes Calles y Carlos Ballestero), poi a Città del Messico, nei prestigiosi spazi del Museo Nazionale di San Carlos (Teoría de la belleza); tre esposizioni acclamatissime e molto apprezzate, che hanno registrato quasi duecentomila visitatori.
Nel marzo del 2016, finalmente, il debutto italiano, a Osimo, nelle sale di palazzo Campana, con una nuova e più ampia selezione di oltre cento opere, tra disegni, dipinti e sculture dalla metà del Quattrocento alla fine dell’Ottocento.

 

 

La mostra, intitolata Lotto Artemisia Guercino. Le stanze segrete di Vittorio Sgarbi, dopo un passaggio invernale nelle sale della Casa delle Regole a Cortina d’Ampezzo, giunge ora a Trieste, a duecentocinquanta chilometri da casa Sgarbi a Ro Ferrarese, dove sono riunite le numerosissime opere rintracciate da Vittorio Sgarbi – in un affiatato tandem con la madre Rina Cavallini – in trent’anni di furibonda attività collezionistica.
Dopo aver acquisito, dal 1976, 2800 titoli dei 3500 elencati da Julius von Schlosser nella sua Letteratura artistica, il critico d’arte capisce infatti “che quadri e sculture potevano essere più convenienti e divertenti del libro più raro”. Quest’illuminazione scaturisce dall’incontro con Mario Lanfranchi, collezionista maestro perfetto, il primo dei tanti da lui incontrati dopo aver abbandonato il dogma universitario che lo aveva portato a “guardare le opere d’arte come beni spiritualmente universali, ma materialmente indisponibili”. Così, dal 1983, incrociando il San Domenico di Niccolò dell’Arca, Sgarbi decide che non avrebbe “più acquistato ciò che era possibile trovare, di cui si poteva presumere l’esistenza, ma soltanto ciò di cui non si conosceva l’esistenza, per sua natura introvabile, anzi incercabile”.

Come lui stesso afferma “la caccia ai quadri non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile. Non si trova quello che si cerca, si cerca quello che si trova. Talvolta molto oltre il desiderio e le aspettative”. Da questo irrefrenabile impulso, strettamente connesso all’impossibilità di rinunciare alla bellezza e al profondo amore per la propria terra, da questo collezionismo “rapsodico, originale, che ambisce a rapporti esclusivi con le opere come persone viventi”, è sorta, incontro dopo incontro, una vera e propria summa dell’arte italiana, tra pittura e scultura, dal XIII secolo ai giorni nostri: un coltivato assortimento (e accanimento) che riflette la cultura ampia e multiforme di chi ha rintracciato, acquisito, studiato e in ultimo protetto i preziosi tasselli che lo compongono.

Dedicata a Rina Cavallini, scomparsa nel 2015, la mostra allestita nel Salone degli Incanti di Trieste intende dunque dar conto in primis della peculiare e complessa “geografia artistica” della nostra nazione. Sono rappresentate infatti le principali “scuole” italiane: lombarda (Giovanni Agostino da Lodi, Morazzone, Schivenoglia, Francesco Hayez), marchigiana (Johannes Hispanus, Cola dell’Amatrice, Battista Franco, Giovanni Francesco Guerrieri, Simone Cantarini, Andrea Lilio, Sebastiano Ceccarini, Giovan Battista Nini, Francesco Podesti), veneta (Pietro Liberi, Johann Carl Loth, Simone Brentana, Enrico Merengo), ferrarese (Nicolò Pisano, Garofalo, Ortolano, Bastianino), emiliana e romagnola (Niccolò dell’Arca, Francesco Marmitta, Ferraù Fenzoni, Guercino, Matteo Loves, Guido Cagnacci, Anna Morandi Manzolini, Giacomo Zampa, Mauro Gandolfi), toscana (Giovanni Martinelli, Giacinto Gimignani, Pietro Paolini, Simone Pignoni, Alessandro Rosi, Onorio Marinari, Giuseppe Moriani, Pietro Balestra, Giovanni Duprè), romana (Cavalier d’Arpino, Artemisia Gentileschi, Pseudo Caroselli, Bernardino Nocchi, Giuseppe Cades, Antonio Cavallucci, Innocenzo Spinazzi, Agostino Masucci).

L’avvincente percorso offre al visitatore un’ampia panoramica sulla natura e sulla funzione di dipinti e sculture (pale d’altare, quadri “da stanza”, miniature, bozzetti e cartoni preparatori…), nonché sui soggetti affrontati dagli artisti, da quello sacro, alle raffigurazioni allegoriche e mitologiche (Ignaz Stern, Simone Pignoni, Filippo Comerio, Vincenzo Morani), dal ritratto (Lorenzo Lotto, Luciano Borzone, Philippe de Champaigne, Ferdinand Voet, Baciccio, Pier Leone Ghezzi, Giorgio Domenico Duprà, Giovanni Antonio Cybei, Giacomo de Maria, Lorenzo Bartolini, Raimondo Trentanove, Vincenzo Vela), al paesaggio e la veduta (Jan de Momper, Antonio Basoli), alla scena di genere (Monsù Bernardo, Matteo Ghidoni detto dei Pitocchi).

Rispetto alle precedenti edizioni di Osimo e Cortina, Le stanze segrete proseguono con Le stanze triestine di Vittorio Sgarbi e altre stanze. Da Nathan a Morandi, con oltre ottanta opere di maestri triestini o attivi nella città giuliana, tra cui Giuseppe Bernardino Bison, Giuseppe Tominz, Umberto Veruda, Arturo Rietti, Oscar Hermann-Lamb, Franco Asco, Attilio Selva, Giovanni Zangrando, Arturo Nathan, Edmondo Passauro, Giannino Marchig, Argio Orell, Bruno Croatto, Ivan Mestrovic, Pietro Lucano, Leonor Fini, Carlo Sbisà, Mirella Schott Sbisà, Mario Ceconi di Montececon, Edgardo Sambo.

Queste ultime stanze sono un prezioso omaggio alla città di Trieste, che “ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia.” (Umberto Saba).

 

 

www.lestanzesegretedivittoriosgarbi.it