“Le stanze triestine di Vittorio Sgarbi e altre stanze”: intervista al Professore

Professor Sgarbi, di nuovo a Trieste, di nuovo a portare una ventata d’arte nella città della Bora, com’è l’esperienza del “ritorno”?

Tutta la vita è un ritorno, per cui dove si è nati si ha una radice che sembra forzata per un destino che rende un napoletano diverso da uno che è nato sul Po. E ognuno torna dove è nato, perché le prime cose che ha visto da bambino sono in qualche modo per lui come più legate all’affetto, ai sentimenti, al cuore e quindi c’è un ritorno inevitabile ai luoghi delle origini.
Poi ci sono dei luoghi del cuore, che invece si assumono dall’adolescenza alla giovinezza alla maturità e per qualche ragione ti sono più consueti e cari di altri: così a me è toccato di avere città che non corrispondevano ai miei luoghi di origine, con Vicenza dove andai da ragazzo appena nominato ispettore delle belle arti, per vedere e controllare i beni artistici di quella città. Quindi Vicenza è un “luogo del cuore”.
Trieste è arrivata un po’ più tardi, ma è talmente forte il vento di Trieste che uno lo sente come un vento della sua anima, e quindi le esperienze qui fatte, i musei, gli incontri con le persone, quelle che sono vive e quelle che non lo sono più, le attività politiche, la città con questa forza di bellezza che sembra giocare con la natura. E poi Piazza Unità, che sembra fatta apposta per accogliere il vento e respingerlo.
Trieste è stata per tante ragioni un luogo dove sono venuto con una frequenza particolare ed anche con una funzione politica positiva perché a un certo punto ho capito che la città, rispetto a tutte quelle che hanno, e anche Trieste a dire il vero ce l’ha, un’orrida periferia, aveva una parte “non attiva” che però era dentro la città: Porto Vecchio.
Così ho proceduto ad un vincolo del Porto Vecchio, fatto come Sottosegretario ai Beni Culturali, che consente che quell’area rimanga come area archeologica, come è vincolato il sito di Pompei, con il grande vantaggio che però lì si può vivere, vi si può andare, si può riattivare.
Uno dei magazzini riattivati è il magazzino 26, che è stato teatro di una mostra fatta nel 2011 dentro la biennale di Venezia come espansione del padiglione della biennale.
Potremmo dire che quello è il luogo dove io avevo pensato di concentrare una serie di opere d’arte, un’ipotesi possibile per un museo che nasce con una collezione nuova. In realtà il padiglione più bello, per così dire, del Porto Vecchio è il Salone degli Incanti, che è una ex pescheria utilizzata da anni per iniziative culturali.
Qui si è pensato, così come lo ha pensato anche Oscar Farinetti con il suo Eataly che ci fronteggia, di fare una esposizione di opere d’arte appartenenti alla Fondazione che io ho voluto legata a mia madre e alla mia famiglia in cui è confluita una collezione di opere d’arte particolarmente importante, che sono esposte al Salone degli Incanti.
Questo spazio così grande, così luminoso, che ha una luce riservata di notte, quando sarà bene che la mostra sia almeno in estate aperta, in contrasto con il buio che viene dal mare e di giorno invece una luce moltiplicata nello specchio del mare da quella che viene dal cielo.
Si può vedere una mostra che quindi ha due dimensioni: una dimensione diurna ed una notturna e i quadri sono gli stessi.
Tra l’altro, sono quadri che io ho raccolto nel corso degli anni con una predilezione per i dipinti del ‘500 e del ‘600 che sono questi presenti al Salone e poi c’è una sezione importante, quasi 100 quadri di quello che io nel corso degli anni ho visto e ho riconosciuto come notevole del ‘900 italiano di cui conosciamo tutti De Chirico, Morandi, Gironi.
Questa sezione è quindi dedicata ad una scuola triestina, che non è provinciale, non è locale, bensì mostra delle invenzioni tra la ragione ed il sogno in cui la componente onirica è molto forte, che sono qui rappresentati da opere di Leonor Fini, da opere di Pasturo e soprattutto da alcuni enormi disegni che sono stati concepiti da Carlo Sbisà.
Sbisà è un pittore classico, di grande armonia per il Museo del Risorgimento e qui abbiamo i cartoni i disegni in cui lui ha rappresentato le città della Venezia Giulia e dell’Istria, da Pola a Gorizia e anche delle immagini più grandi con soldati della Pima Guerra Mondiale.
Quindi c’è una presenza in questa raccolta di opere triestine che è singolare, tanto più per un italiano che tante cose vede e ha visto e per quanto affezionato a Trieste non avrebbe ragione di comprare soprattutto delle cose triestine.
Tuttavia, acquistare opere triestine è stato per me segnare, anche sul piano dei rapporti personali ed emotivi, l’importanza assoluta della scuola dei pittori di Trieste del ‘900, al di là della loro identità locale sentirne un respiro universale che è quello che documentano due grandi scultori, Franco Asco e Attilio Selva.
Sono scultori di rilievo, al pari Arturo Martini e Marino Marini, benché meno conosciuti.
Il settore della scultura è certamente quindi una scoperta ed una sorpresa, così come anche le altre opere dei pittori triestini come Veruda e anche per affinità uno dei più bei dipinti della fine dell’800 italiano, che Trieste ospita al Museo Revoltella, che è il “Beethoven” di Balestrieri, che rappresenta il ricordo di una serata trascorsa in compagnia di alcuni amici bohémiens in una mansarda di Parigi, durante la quale il suo amico Giuseppe Vannicola, musicista e poeta, interpreta appunto al violino la Sonata di Kreutzer di Beethoven.
E’ un racconto di vita romantica nella bohème parigina, una bohème in senso stretto che rappresenta una dimensione musicale diventata pittorica come appunto la cosiddetta “Sonata Kreutzer”.
Per cui insomma si intrecciano le opere che si vedono in queste “Stanze Segrete di Vittorio Sgarbi”, come ho chiamato la mostra, a cui si sono aggiunte per questa occasione come dicevo appunto, oltre ai dipinti che in parte hanno già girato per mostre in ogni parte del mondo che sono il nucleo delle opere storicamente determinate e più significative fra cui Guercino, Lorenzo Lotto, Morazzone, de Ribera, una quantità di autori che hanno fatto la storia dell’arte, e poi c’è un segmento di Stanze Triestine che è quello in cui appunto io ho accolto questi dipinti che per la prima volta sono esposti qui in questa mostra.

 

 

 

E poi c’è la dedica a Caterina (la madre, Caterina Cavallini ndr).

Dunque, io ho cominciato a lavorare nel ’72, mi sono laureato nel ’74, e sono diventato ispettore delle Belle Arti nel ’76 e quindi ho vissuto per così dire nella mia autonomia fin da ragazzo.
Mia madre è sempre stata vicina a me, ma dopo il ’68, che è stata una grande rivoluzione psicologica prima che politica, si sono avvicinate le generazioni, per cui i miei genitori sono stati come i miei fratelli, come i miei parenti. Parenti, non genitori che dominano e quindi c’è stato un rovesciamento delle parti per cui, in un certo momento, sono io che ho dato ai miei genitori alcune indicazioni che loro hanno colto.
La mia migliore complice, allieva, il mio migliore uomo è stata mia madre, che si è appassionata all’arte pur essendo laureata in farmacia, insegnante di matematica.
Era il momento in cui si poteva dialogare con i genitori, che ha determinato una diversa dimensione psicologica che adesso c’è fra genitori e figli, cosa che un tempo non c’era.
C’era un’autorità lontana del padre, una madre che era sempre lì a dirti quello che dovevi fare e così via. Invece, diventando come fratelli dei propri genitori, nasce una relazione nuova che è quella che ha indotto mia madre a seguirmi in questa avventura di ricerca delle opere d’arte, la ricerca più aperta e la più lontana da un obiettivo. Io non ho comprato perché avevo in mente di trovare quella cosa lì, ho comprato quello che ho trovato senza cercarlo e senza essere certo che avrei trovato quello che cercavo e mia madre mi ha seguito con ciò, facendo della sua vita, e credo fino alla sua morte due anni fa, una vita felice e una vita di complicità.
Quindi la mostra sì, è dedicata a mia madre Rina Cavallini, che ha risposto ad ogni mia richiesta ed è qui in “Paradiso” tra queste Stanze del Salone degli Incanti: un richiamo ad una presenza forte, che ha determinato poi in mia sorella ed in me una volontà di portare queste opere in un Fondazione riconosciuta dallo Stato e voluta dal Ministero dei beni culturali.
Per cui questo è un patrimonio che in qualche modo non ha più niente di privato né io ho mai pensato di tenerlo per me: ho pensato che il fatto che sia di proprietà mia, come sono di proprietà della famiglia Guggenheim le opere del museo Guggenheim, non vuol dire che non sono di tutti quelli che le possono vedere. La proprietà pertanto è un incidente: ci sono cose dei beni pubblici che sono non visibili e chiusi, quindi diventano per così dire privati, e beni privati che sono aperti a tutti.
Adesso arriverà poi la Collezione Malabotta qui a Trieste e indica nuovamente l’obiettivo che queste opere siano di tutti: io le ho individuate, le ho messe insieme, le ho raccolte, ma non ho nessuna necessità di tenerle vicine.
Sono cose che uno non può portare con sé nell’aldilà, sono nate perché siano di tutti e che possano inseguire in qualche modo il pensiero che me le ha fatte mettere l’una vicino all’altra.

 

 

C’è stata anche una grande partecipazione, una grande collaborazione e unione di intenti da parte delle Istituzioni triestine, che hanno reso possibile la realizzazione di questa mostra al Salone degli Incanti.

Il comune di Trieste, l’amministrazione attuale aveva rapporti con me da sempre, come appunto il Sindaco Dipiazza.
La mostra, se vogliamo, poteva essere fatta con qualunque amministrazione, ma un’amministrazione che amministra davvero deve decidere che scelte fare e come rendere più attraente la sua città.
Se questo poi si trova coincidere con il pensiero di uno studioso che ha particolarmente amato e ama la pittura triestina, questa collaborazione è ancora più logica. E’ sempre logica, ma qui diventa come non se avessi io cercato loro, bensì loro cercato un collezionista italiano che fra i tanti aveva particolarmente guardato con attenzione alla pittura triestina, alla pittura e scultura triestina.
Dopodiché ci siamo avvalsi di persone che hanno lavorato con noi in precedenti iniziative importanti, come quella all’Expo di Milano, lavorando però con un architetto triestino che è Barbara Fornasir, la quale è tenacemente triestina e goriziana.
Quindi, quando qualcuno ha osservato che non erano troppo presenti le maestranze triestine, e può anche darsi che questi operai che stanno portando adesso le sculture (la mostra è in allestimento durante la nostra intervista ndr), siano persone che hanno già lavorato con noi e che non siano di Trieste, va sottolineato che l’ideazione generale nasce dall’amministrazione e da un’architetto triestino.
Cosa che, forse, non abbiamo abbastanza evidenziato al culmine di alcune pur modeste polemiche sulle presenze di quelli che lavorano all’impresa, al di là di me che l’ho ideata, che sono persone che stanno collaborando e hanno portato la loro energia ed il loro pensiero anche nello spazio triestino come questo, con una visione triestina.
Visione che consente di rendere accogliente e contenuto quello che invece è espanso in uno spazio che sembrerebbe contraddire questa possibilità di lettura intimistica di concentrazione dentro queste Stanze che sono appunto “stanze”, come dice la denominazione della mostra, in cui uno entra e si sente protetto davanti ai quadri. Poi, esce nella navata principale, ed è inondato da questa luce che è appunto un modo per rappresentare il rapporto con le opere d’arte diurno e notturno, intimo e aperto, e quindi questo è certamente un portato di una visione architettonica e di allestimenti, di messa in scena che si deve all’architetto Fornasir, un altro elemento triestino che ha portato a questo eccellente risultato assieme all’amministrazione.