Marino Sterle: “Chi sono? Un ragazzo fortunato”

L’odore del caffè, il suono della musica ad accompagnare, il golfo sullo sfondo: è una mattinata di marzo a Trieste, di quelle soleggiate ma con un po’ di vento a far sentire gil ultimi scampoli d’inverno.
Il Caffè degli Specchi è una cornice ideale per parlare di arte e cultura insieme a Marino Sterle: un nome e un cognome che, a Trieste, viene sempre associato all’eccellenza nel campo della fotografia. Tanto maestoso quando opera con l’obiettivo quanto umile quando parla di sè.

Partiamo dalle origini, chi è Marino Sterle?

E’ un ragazzo fortunato, prima perchè ha avuto una grande famiglia che mi ha dato dei valori che poi, nel corso degli anni, sono emersi. Ricordatevi, noi siamo per un terzo ambiente, per un terzo fortuna, per un terzo genoma e non dobbiamo mai dimenticarci la meraviglia del territorio che ha stimolato personaggi come Svevo, Saba, Joyce. Per quanto riguarda il genoma, e quindi la mia famiglia, uno dei miei nonni dipingeva, l’altro lavorava con i cavalli e mi ha trasmesso questa passione che, alla fine, è stata la mia grande fortuna.

Come sei arrivato fino a questo punto?

Ho fatto un mese di contabilità presso un’azienda di trasporti, la Trasporti Buratin che peraltro è ancora in attività. Devo anche dire che, durante le vacanze scolastiche, mio papà che lavorava come facchino per una cooperativa in Porto mi diceva spesso di venire ad aiutarlo: io andavo a scaricare sacchi insieme a lui. Devo dire che ho trovato un bell’ambiente, fatto di gente di valore e di parola: condividere la fatica quotidianamente e per sempre è una cosa molto forte. Sono fiero di quest’uomo che, vivendo un ambiente dove i valori sono veri, è riuscito a trasmettermeli sia a parole che con i fatti. C’è stato poi il discorso della pallacanestro, che mi ha dato grandi soddisfazioni: sono partito dalla Servolana, una società storica di Trieste, per poi passare alla prima squadra della città, targata Bic, dove ho giocato anche in prima squadra. L’ultima proposta cestistica è arrivata da Capri, in Serie B, dove mi avevano chiesto di sostituire un giocatore come Sergio Donadoni, persona che poi ha fatto parte della grande Juve Caserta. Sono stato anche in nazionale juniores, poi ho lasciato perchè mi era stata data la possibilità di imparare a fotografare e l’hobby poteva diventare una professione: da ragioniere che non ha mai fatto il ragioniere e che ha coltivato la passione per i cavalli, all’Ippodromo di Montebello ho conosciuto il marchese Carignani, che mi ha portato al “Piccolo” di Trieste, dove sono stato per più di vent’anni responsabile dei fotografi di Piccolo e Messaggero Veneto. Lavorare come fotografo per un quotidiano è la miglior palestra, perchè ti alleni a trattare tutti gli argomenti della fotografia; poi, io sono grato al giornale, è stata la mia seconda famiglia e mi ha introdotto in certi ambienti dove altrimenti non sarebbe stato facile entrare. Dopo il Piccolo, ho preso la decisione di vedere se ero capace di continuare a fare questa professione avendo clienti propri: volevo mettermi alla prova, perchè avrei avuto ancora il tempo, in caso, per trasformarmi nuovamente.

Un fotografo non è solo un mero esecutore: c’è molto di più dietro al tuo lavoro.

Lavorare con cuore, mani e fantasia: queste sono le tre caratteristiche che secondo me non devono mai mancare nel nostro lavoro. E’ fondamentale conoscere bene il territorio, ma anche avere un’infarinatura generale. Io leggo molto; libri di filosofia, scienza, mi piace conoscere i personaggio e credo nel metodo. Se voglio assomigliare a un personaggio in particolare perchè lo apprezzo per quel che fa nel suo campo, cerco di capire qual’è il metodo che segue e lo studio. Ricordatevi che nessuno regala nulla e lo studio non finirà mai: mi domando spesso se morirò facendo l’ultima foto o leggendo l’ultimo libro.

Quindi formazione continua?

Oggi, se non sai, non vai avanti. Io uso spesso l’esempio dell’aragosta: si rompe il guscio e se ne rifà un altro. Io non sono più giovanissimo, ma mi considero un giovane ancora e dobbiamo capire che bisogna imparare ed aggiornarsi, solo così uno può avere le idee. Il mio lavoro è immaginare, ma se non vado a prendermi quegli ingredienti che sono le nozioni, farò più fatica: oggi come oggi bisogna avere conoscenza, inventiva e ingegno.

Parliamo della tecnologia: come incide sul tuo lavoro?

E’ una bella risorsa. Dobbiamo pensare che la fotografia è ancora valida per gli editori, ma io sto cercando altre applicazioni della foto come ad esempio la serigrafia su tessuti. L’idea è quella del raccontare il territorio con le foto che vengono applicate alle magliette: il turista acquista la maglietta e, in questa maniera, porta in giro il nome e la storia di Trieste sul proprio territorio. La fotografia è un documento che si può adattare su nuovi supporti, grazie alle nuove tecnologie, facendo sì che si crei un vero e proprio discorso di comunicazione umana.

C’è qualche innovazione ulteriore?

La fotografia può essere anche un modo di raccontare, trasferita sulla ceramica o sul vetro. Ora sto lavorando su felpe o maglie a maniche lunghe. Secondo me, se c’è contaminazione artistica, la fotografia diventa ancora più potente: ora abbiamo in piedi un progetto con il maestro Roberto Tigelli, dove faremo un intervento di decorazione urbana a quattro mani sulla parete del mercato coperto di Largo Barriera. E’ stata una soddisfazione, perchè Il Piccolo ha dedicato una pagina a quest’iniziativa e, il giorno dopo, ci sono arrivate due telefonate di aziende che hanno deciso di finanziare a scopo filantropico, senza nemmeno essere citate. Questo è un attestato di stima che fa comprendere al meglio la potenza e l’importanza della comunicazione. Tigelli ed io, essendo entrambi sostenitori del bello, cercheremo di fare qualcosa che abbracci il cittadino in primis e che offra un’immagine che possa infondere energia positiva.

Prima hai detto che ti consideri fortunato: puoi spiegarci perchè?

Noi, nella nostra città, siamo tutti fortunati. Trieste è una meraviglia, è un’opportunità per tutti: l’arrivo di imprenditori come De Eccher, Farinetti, l’ampliamento del porto industriale, lo sviluppo del Porto Vecchio, una compartecipata di Hilton che apre un albergo in centro, il Parco Del Mare; c’è molto interesse su Trieste, anche le 69 toccate delle navi da crociera presso il Porto confermano questo trend.

Parliamo di Trieste come centro dell’Europa.

Pensate solo alla Via della Seta, con una società cinese che investe su questo progetto ed individua Trieste come porto del Mediterraneo. Ma io aggiungo anche che siamo l’unica città in Europa che può vantare cinque capitali nel raggio di cinquecento chilometri: prendi un compasso, lo punti su Trieste e riesci a toccare Lubiana, Zagabria, Bratislava, Vienna e Budapest. Dobbiamo metterci al lavoro per sviluppare il turismo in tal senso. Io dico, promuoviamo la nostra città: individuiamo le vie principali delle cinque città summenzionate, realizziamo delle foto di Trieste da installare su pannelli sei metri per tre, magari associandoci un QR Code che rimandi a Trieste. La foto in grande formato vale molto più rispetto a un redazionale inserito in terza pagina: qui parliamo di pubblica comunicazione.

Qual è il tuo rapporto con i social media?

Studio molto le nuove tecnologie per sviluppare il mio lavoro. Ho tre profili Facebook, più che altro perché non riesco a seguire altri social. Instagram lo trovo meraviglioso: oggigiorno, tutti quanti fanno foto e tutto questo patrimonio iconografico di cui si potrà godere fra cento o duecento anni è fantastico. La fotografia è vivissima, tutto gravita attorno all’immagine: essa è come la musica, provate ad immaginare un mondo senza musica o senza immagini.

Parliamo di grandi personaggi: quanti ne hai incontrati?

Ripeto, sono stato molto fortunato grazie al giornale che mi dava la possibilità di prendere contatto con capi di stato, il Papa, Vittorio Gassman, Margherita Buy e molti altri ancora. Non ho mai provato grandi emozioni quando dovevo fotografare questi personaggi, perchè non sono un classista e per me sono tutti uguali: queste persone, quando ti confidano qualcosa, ti danno una grossa iniezione di energia. Pensate che Gassman mi parlava dei suoi problemi di depressione, che gli creavano sbalzi d’umore: anche io ho sbalzi d’umore e sentire che uno come Gassman ha i tuoi stessi problemi, ti fa sentire che siamo tutti umani.

Parliamo del mercato della fotografia: non temi il moltiplicarsi dei fotografi, al giorno d’oggi?

Non ho paura della concorrenza, anzi; la concorrenza ti fa crescere; se non ci fosse stata, probabilmente non mi sarebbe venuto in mente di fare le maglie o i vestiti. Bisogna sempre avere delle novità: io ho l’attività di fotografo da 25 anni, ma ho iniziato il discorso delle maglie appena un anno fa.

Chiudiamo con un’ultima domanda: il tuo scatto più bello?

Ce ne sono due, fatti a distanza di tempo a due persone che stimo. Il primo è stato Vittorio Gassman, nel 1993: ho chiesto di fargli una foto e l’ho portato di fronte a Piazza Unità, chiedendogli un saluto a Trieste; lui ha saputo interpretare al meglio la grandezza della città, allargando le braccia. E’ uno scatto che oggi è al museo Alinari, a Firenze. A distanza di dieci anni, ho incontrato Lelio Luttazzi: parlando con la moglie, ho scoperto che lui e Gassman erano molto amici e lo stesso Vittorio veniva spesso a trovarlo in incognito. L’ho portato nello stesso posto dove scattai la foto a Gassman, chiedendo anche a lui un saluto a Trieste: lui ha fatto una posa a modo suo, con una mano che indicava il golfo. Sono le due foto che mi rimangono nel cuore: quando Alessandro Gassman, il figlio di Vittorio, è venuto a Trieste per recitare al Rossetti, gli ho fatto recapitare la foto di suo padre, facendolo commuovere. Quando tornerà a Trieste, chiederò anche a lui di fare la stessa foto.