Il populismo al tempo della sovranità post-nazionale

La realtà che ci circonda diventa sempre più complessa e articolata. Gli Stati sono chiamati ad assolvere sempre più funzioni ma non riescono a rifornirsi dei mezzi per farlo con altrettanta velocità. Così spesso ci si rifugia in un immobilismo che genera rabbia, soprattutto quando le cose non vanno bene. Da qui nasce il così detto populismo, una manifestazione di esasperazione collettiva che può essere unicamente combattuta riscoprendo i valori e gli obiettivi che ci hanno portati dove siamo oggi.

È questo un momento incredibilmente propizio per giornalisti e commentatori di ogni genere. Siamo sull’orlo di un cambiamento paradigmatico nell’approccio che la politica ha avuto rispetto a temi vissuti come lontani ma che, a ben vedere, ci riguardano molto da vicino. Politiche monetarie, questioni geopolitiche e assetti istituzionali sono solo alcuni esempi.
Un paese dopo l’altro sembra cadere sotto il fascino del populismo, un’alternativa azzardata ma comprensibile all’establishment visto che, nell’ottica di molti, il continente che ha sempre guidato il mondo, si vede oggi svilito e con la mera sopravvivenza come unica prospettiva. È finito il tempo delle sinistre di stampo europeo e si fanno avanti al loro posto movimenti di destra il cui scopo principale è quello della tutela dei nativi dei singoli paesi. L’istanza è ovviamente legittima, in quanto qualsiasi gruppo è naturalmente portato al perseguimento della propria sussistenza e del proprio benessere. Ciò che non funziona nel ragionamento messo in campo da diversi tra questi movimenti è che il gioco proposto è a somma negativa. Un determinato gruppo può avere solo quanto viene negato agli altri. Questo sbandamento politico manca sostanzialmente di lungimiranza. È finito il tempo in cui chi aveva di più poteva attingere a piene mani dal forziere del benessere facendo affidamento sulla passività delle popolazioni più povere. Il motivo è che il mondo, globalizzandosi, ha ridotto le proprie distanze. Così, un qualsiasi abitante dell’Africa nera, delle Filippine o del Pakistan può intraprendere un viaggio che per i suoi genitori sarebbe stato probabilmente quasi impensabile o comunque molto pericoloso. Se si volesse sviare il discorso dal tema delle migrazioni, resta l’estrema complessità dei problemi che i governi sono chiamati a risolvere. La compenetrazione di ambiti che una volta potevano essere considerati come separati rende al ogni scelta politica estremamente tecnica mentre la possibilità di considerarne tutte le possibili ricadute risulta meramente utopica. In questo modo la razionalità del legislatore pubblico non può che attestarsi su un modello di miglioramenti progressivi, con avanzamenti che si basano sul processo di apprendimento dai propri errori e da quelli degli altri. Il modus operandi appena presentato sta tuttavia facendo lentamente degenerare le condizioni di vita degli abitanti dei Paesi occidentali mentre scemano ulteriormente le possibilità di influire realmente sui problemi, data la loro scala sempre più vasta e le leve sempre meno efficaci a disposizione dei governi.
È un mix letale quello che sta lentamente uccidendo tutte le leadership moderate degli stati che hanno guidato e voluto la nascita della globalizzazione. Le istituzioni come l’UE, delle quali ci siamo serviti per ottenere il più lungo periodo di pace della storia moderna, così come del più veloce ampliamento della sfera dei diritti e del benessere mai conosciuti dall’umanità, sembrano oggi le catene che ci impediscono di spiccare nuovamente il volo. Questo a causa di una pervasività della burocrazia che ha finito per avvelenare delle istituzioni che erano nate come esempio al quale tendere. Il regolamento e la direttiva hanno soppiantato l’interesse dei molti, mentre le istituzioni chiave del sistema diventavano sempre più isolate ed auto-referenziali. Per uscire dalla trappola del populismo, e a cascata del nazionalismo, è necessario che il dibattito pubblico si riavvicini alle persone comuni, semplificandogli la vita e facendogli capire che le sue conquiste sono il frutto del lavoro di molti e non della fierezza di un singolo stato e della sua tradizione, qualunque essa sia. Se si riuscirà in questa inversione di tendenza, che passa anche per una svolta comunicativa, si potrà salvare l’Unione Europea, un progetto che per capacità ed aspirazione può tornare ad essere un punto di riferimento a livello mondiale.