La rivoluzione di Chef Borghese

Se qualcuno vi chiedesse di chiudere gli occhi e immaginare il vostro piatto preferito, quello che stimola ogni singola papilla gustativa della vostra lingua, che scatena una salivazione tanto irruenta da costringervi ad afferrare un fazzoletto per asciugarvi “l’acquolina”, che richiama alternativamente immagini goduriose o solletica metaforicamente le vostre narici con profumi stuzzichevoli…pensereste mai a una portata da nouvelle cuisine, per dirla alla maniera di Henri Gault e Christian Millau (i critici francesi che coniarono il termine a metà degli anni ’70, ndr)? D’istinto, io risponderei “no”! Certo, spesso sono i ricordi d’infanzia a farla da padroni sui nostri gusti gastronomici e il motto del “brutto ma buono” sembra ancora avere la meglio nell’immaginario gastronomico dei più.

Eppure l’amore per la cucina tradizionale o, se vogliamo, l’immagine tradizionale della cucina, non cozza per forza con l’evoluzione estetica di un piatto, l’accostamento esotico dei gusti o la disposizione artistica degli ingredienti, tanto curata da presentarsi come una piccola opera d’arte dai dettagli preziosi: un perfetto connubio tra sapori e bellezza.

Tutto ciò per che l’Italia – regina indiscussa della cucina tradizionale – si conferma patria di cuochi eccelsi, capaci di unire la tradizione all’innovazione e alla “bella cucina”. Ne è la dimostrazione lo chef Alessandro Borghese, conosciuto per le straordinarie doti culinarie e amante della semplicità tradizionale. Nato a San Francisco dall’attrice ceca Barbara Bouchet e dal produttore partenopeo Luigi Borghese, da cui eredita più o meno consapevolmente l’amore per la cucina, Alessandro è infatti divenuto il protagonista indiscusso dei programmi culinari italiani dell’ultimo decennio.

Dal lontano 2004, quando apparve su Real Time in “Cortesie per gli Ospiti” – dove insieme a un architetto e a un esperto di galateo giudicava due concorrenti che a turno avrebbero ricevuto nella propria casa gli ospiti – lo chef Borghese è riuscito a guidare una vera e propria rivoluzione televisiva scardinando, come un “Cavallo di Troia”, le mura dell’alta cucina per farvi entrare il grande pubblico.

Lo abbiamo visto girare i borghi e le città italiane in cerca della cuoca perfetta ne “L’Ost”, giudicare con pazienza i piccoli cuochi in erba in “Junior MasterChef Italia”, addirittura nei panni di cuoco-giornalista dell’ultima ora ne “Il cuoco gentiluomo”, in abile avversario nel suo “Ale contro tutti”…o ancora nei panni dello “chef da tutorial” in “Cucina con Ale” o “Alessandro Borghese – Kitchen Sound” dove tra una spadellata e qualche melodia d’accompagnamento, guida passo per passo la preparazione dei suoi piatti.

Il segreto del suo successo balza subito agli occhi perché Borghese riesce a mettere a proprio agio lo spettatore più ostico e criticone. Agguanta le simpatie delle casalinghe amanti della buona tavola, travolge con battute divertenti, accompagna le giornate dello studente “disperato” – che nel frattempo tenta una maldestra imitazione dei suoi piatti – e strappa l’apprezzamento degli intenditori, nicchia largamente nota come “la maestra dalla penna rossa”. Ma non è solo la sua simpatia a farla da padrona.

Basta scorrere velocemente la home di “AB normal” (la società fondata dallo chef, ndr) per rendersi conto che Borghese è un personaggio eclettico e che anche fuori dai rifelttori esprime il suo talento a tutto tondo con servizi di catering, formazione culinaria, consulenza e licensing, dimostrazioni di live cooking e, per gli appassionati dell’eccellenza italiana, anche una gamma di pasta artigianale nel suo pastificio milanese di Via Washington.

Ciò detto, per molti di noi il capello mosso e un po’ negligé, i grandi occhiali neri, il pizzetto alla D’Artagnan e quell’accento partenopeo così musicale descrivono il cuoco, l’imprenditore, l’autore di ricchi ricettari e il conduttore, per altri semplicemente Alessandro, lo chef che ha fatto della semplicità l’ingrediente immancabile di una cucina che ama la tradizione, ma che non prescinde dalla creatività e dall’attenzione all’estetica. Perché è vero che i piatti “brutti ma buoni” della nonna sono un ricordo godereccio della nostra infanzia ma anche l’occhio vuole pur sempre la sua parte.