Francesco Bernardini: il pianista dall’anima rock

“Amo la musica a 360° in ogni sua forma espressiva, faccio sempre quello che mi piace scendendo a pochissimi compromessi […] La voglia di mettermi sempre in gioco e cercare emozioni diverse mi spinge a frequentare palchi così differenti tra loro; devo dire anche con piacere che il pubblico che mi segue in ogni evento così diverso apprezza questi cambi d’abito.”

Francesco Bernardini, musicista ed intrattenitore a tutto tondo, inizia la sua carriera da pianista e cantante già all’età di 16 anni, lasciando a bocca aperta gli spettatori per il suo incredibile talento.
Oggi ci racconta del suo rapporto con il pubblico e del suo animo rock:

“Il rock è ancora dentro le mie vene, lo ascolto in ogni momento. Ci sono parecchi brani dall’anima rockettara che piacciono anche al mio pubblico, con il quale ho un rapporto fantastico e che ritengo per me fondamentale. Penso che sia una caratteristica di ogni artista l’esprimere un sentimento, trasmettere energia emozionale e vedere questa energia negli occhi e nei movimenti di chi ti sta accanto.”

Da pianista a cantante, da chitarrista a Dj: un musicista dalle mille risorse ed eccelso intrattenitore,capace di esaltare qualsiasi tipologia di pubblico e richiestissimo tra i locali in di tutto il mondo, come New York, Parigi, Milano, Monaco,… Francesco, come sei arrivato fino a qui? Raccontaci un po’ della tua carriera.

In realtà ho sempre avuto la passione per la musica, fin da bambino: ho iniziato a studiare pianoforte classico all’età di 6 anni ed è stato amore a prima vista; da quel momento non ho più smesso di suonare e per 10 anni non c’erano altri, se non Mozart, Bach, Beethoven ed i più grandi per me: Liszt e Chopin, i miei preferiti. Ho passato l’infanzia con il mio amato pianoforte, accrescendo le mie potenzialità artistiche tra una nota e l’altra, fino al momento clou del mio percorso musicale, la mia prima esibizione. Dopo tanti anni di esercizio “dietro le quinte”, a 16 anni il destino mi ha messo davanti ad un bivio: la festa di compleanno di un’amica in centro a Padova. Fu una serata indimenticabile, ancora oggi ne ricordo ogni minimo dettaglio, dalla mia performance con pianoforte e voce, alle mie emozioni, allo stupore del mio primo pubblico … Da lì è partito tutto!

Fin da giovanissimo hai iniziato ad intrattenere con la tua musica molti spettatori, ma quando è stato il tuo primo approccio con il pubblico? Come ha reagito durante la tua prima esibizione?

Dopo la prima performance al compleanno della mia amica a Padova, ho avuto ben presto l’opportunità di fare una vera e propria esibizione pubblica in un locale nel 1986, doveva essere tra aprile e maggio … esisteva una famosa osteria che faceva musica, sempre a Padova, che si chiamava “Nane della Giulia”. Il gestore mi chiamò perché segnalato da un amico di mia madre che pranzava spesso in quel posto, così mi buttai: pianoforte, voce e via senza rete! Da quel momento iniziai ad andarci una volta alla settimana, suscitando sbigottimento tra gli ospiti che cenavano, non potevano credere che lì, in quel locale, il pianista cantante che vedevano suonare davanti ai loro occhi avesse solamente 16 anni!! Il repertorio comunque era tra i più classici: Baglioni, Dalla, De Gregori, ecc…

La tua carriera è iniziata in Piazza dei Signori a Padova e oggi invece suoni nei più famosi locali del mondo. Che effetto ti fa? Cos’ è cambiato durante il tuo percorso artistico?

E’ cambiato praticamente tutto, soprattutto perché è cambiato il pubblico e sono cambiato io. Fino alla fine degli anni ’90 esistevano i pianobar, i club notturni, i privee, chiamateli come volete: gli ospiti arrivavano dopo cena per bere, stare in compagnia e ascoltare musica su richiesta. Oggi invece, ed aggiungerei purtroppo, quei locali si contano sulla punta delle dita, e ora è tutto diverso, devi saperti imporre e suonare quello che pensi possa piacere, lasciando poco spazio alle richieste. Fortunatamente io ho sempre avuto un bellissimo rapporto con il mio pubblico, quindi mi trovo ogni tanto a fermarmi a fine serata per fare quattro chiacchiere con gli ospiti per chiedere magari cosa vorrebbero ascoltare; la risposta più frequente è “non so, aspetta che guardo la mia playlist”.

Spesso e volentieri sostieni che il tuo rapporto con il pubblico dal vivo ti dà sempre fortissime emozioni. Come si è evoluto nel corso della tua carriera?

Per me, il rapporto che un musicista ha con il suo pubblico è fondamentale: io, ad esempio, ho sempre bisogno di avere e sentire gente intorno a me mentre suono, anche se credo che sia una caratteristica di ogni artista il voler esprimere un sentimento, trasmettere energia emozionale e vedere che questa energia si riflette negli occhi e nei movimenti di chi ti sta accanto.
D’altro canto, sappiamo che per qualsiasi cosa c’è sempre il rovescio della medaglia e sono consapevole che faccia parte integrante del lavoro del pianista di pianobar suonare anche per chi non si accorge di quello che stai facendo, e ci può stare, ma lo considero svilente e noioso.

Parliamo un po’ del tuo passato. Sappiamo che dentro di te c’è uno “spirito ribelle” e hai fatto anche parte di qualche rock band. Che differenze ci sono tra un pubblico rock e uno più “classico” (quello dei locali in cui suoni ora)?

Lo ammetto, nonostante sia da anni richiestissimo come Mj, in cui mi ritrovo a suonare i grandi classici, il rock scorre ancora dentro le mie vene; lo ascolto in ogni momento, appena ne ho l’occasione, cercando anche novità nel mondo discografico che possano stupirmi e stimolare la mia creatività.
In realtà, ci sono parecchi brani dall’anima rockettara molto apprezzati anche dal pubblico dei club o delle feste in cui mi esibisco, i più gettonati sono i Police, i Metallica, Oasis, The Killers, Gun’s&Roses, ecc … Sono però difficili da inserire in una scaletta, bisogna avere molta esperienza nel capire come fare e soprattutto essere abili e furbi, suonandoli al momento opportuno per evitare la classica faccia del pubblico che dice “cos’è ‘sta roba??!!”.

Da rockstar a Mj e Dj: cosa ti ha portato ad intraprendere questi cambiamenti? Quale pubblico rispecchia di più la tua indole artistica?

Rockstar? Magari! Diciamo che c’è stato un lungo periodo dal 1995 al 2002, in cui suonare musica rock sembrava fosse la mia strada: insieme alla mia vecchia band, i “Pastrocchio”, abbiamo avuto l’opportunità di girare parecchio, arrivando persino a Sanremo Rock come prima band in Veneto! Abbiamo anche aperto i tour di vari artisti italiani, un sogno però che poi si è scontrato con la realtà delle case discografiche, senza più budget e con l’avvento della musica digitale.
Ancora oggi però vado dal club importante, all’evento esclusivo, passando per un anonimo pub a suonare con le mie due band tributo dei Police o di Elio e le storie tese, davanti a 15 persone! E’ la voglia di mettermi sempre in gioco e cercare emozioni diverse che mi spinge a frequentare palchi così differenti tra loro, e la cosa non mi pesa per nulla, anzi, devo dire con piacere che il pubblico che mi segue in ogni evento così diverso apprezza questi “cambi d’abito”.

A prescindere da chi ti ascolta, tu hai sempre apprezzato il tuo pubblico, instaurando con esso un rapporto quasi viscerale. Quali sono le soddisfazioni più grandi che hai avuto da parte dei tuoi spettatori? Raccontaci qualche episodio che ti è rimasto impresso.

Le soddisfazioni che mi dà il pubblico sono tante, per me questo rapporto è essenziale, un dare e ricevere che mai mi sarei aspettato dalla mia carriera. Di episodi in questi anni ce ne sono stati tanti, ma sono rimasto particolarmente colpito dalla solidarietà e dalla tempestività del pubblico di un evento a Peschiera: quella sera, prima della mia esibizione, mi furono rubati tutti gli strumenti dall’auto e prontamente gli ospiti del locale si fecero in quattro per recuperare chi una chitarra, chi un microfono, chi i testi delle canzoni della figlia o del figlio … e venni pagato anche di più per ripartire nell’acquisto di nuovi strumenti … Un ricordo straordinario!!
Altro episodio che ci tengo a raccontarvi fu quando suonai a casa di Michael Schumacher la sera del suo compleanno: nonostante avesse un personale per la sua casa, ha voluto a tutti i costi aiutarmi a scaricare gli strumenti sotto la neve, a -25 gradi e rimontarli insieme a me in casa … rimasi senza parole dalla sua semplicità!

Parlando della tua carriera emerge un musicista a tutto tondo, dalle multiple sfaccettature diverse e con un’ ammirevole versatilità, ma oltre alla musica hai intrapreso altri progetti? Quali sono i tuoi programmi futuri?

Grazie dei complimenti! Il mio segreto è fare sempre quello che mi piace scendendo a pochissimi compromessi; il problema è che amo la musica a 360° in ogni sua forma espressiva, per questo motivo è abbastanza difficile accontentare i miei “pruriti” musicali e accontentarli tutti.
Oggi mi sto orientando su alcuni percorsi che avevo lasciato in sospeso: un progetto legato all’idea di “one man band” con l’ausilio di strumenti e hardware musicale come le loopstation, i vocoder o vecchi synth come i Moog, di cui sono un felice possessore, ed infine lo studio per il compimento della laurea in pianoforte classico, che purtroppo lasciai 30 anni fa, ma che ora ho deciso di riprendere in mano e portare a termine, nonostante mi occupi metà della mia giornata.