Secondo step, Padiglione Italia: grazie Vittorio!

Venezia.
Eccoci nei padiglioni distaccati di Arabia, Argentina, India, Croazia, Emirati Arabi e Turchia dove siamo accolti dall’incredibile westernization del sudest del mondo, un mare di bolle cangianti specchiate da una struttura ovoidale, per poi essere catapultati in una foresta fangosa di funghi colossali o forse colonne, o rifugi d’emergenza. Siamo ora in India dentro l’ascensore di Gigi Scaria che ci fa scendere e salire solo di percezione in un parcheggio d’auto sotterraneo. La Turchia è invece interamente rappresentata da Ayşe Erkmen che propone un Plan B per la sopravvivenza della specie umana, consistente in un intreccio di tubi e pompe per la purificazione dell’acqua. Uscita all’aria aperta c’è ad accogliermi uno strano pesce arenato sulla riva, che in realtà è il Geppetto Pavilion di Loris Gréaud dove il mastro ha forse preferito rintanarsi visti i tempi, provocando però la morte dell’ignaro cetaceo. All’ora di pranzo dal Giardino delle Vergini si sente uno strano rumore, un concerto? Ma no è il Padiglione dei Gelitin! Some like it hot. Dice la didascalia: installazione, performance, musica, fuoco, legno, vetro liquido, amore, sudore. E caspita, c’è proprio tutto. Due a chitarre, batteria e microfoni (che a dirla tutta sono cornette telefoniche), due alla fornace (da cui indifferentemente esce vetro o omelette o sfilatini di pane), uno sulla pira di legna sovrastata da un’improbabile pertica (che tenta un’imbranata lap dance) e l’ultimo, un putto allo stato adamitico, che fa il gondoliere su ruote portando in giro i turisti per la Biennale. Viene voglia quasi di visitare Murano…

E poi eccomi qua.

Avevo promesso di non parlarne. Avevo giurato a me stessa di non farlo. Glissare. Saltare a piè pari. Sorvolare. Ma non ce la faccio. È tutto il giorno che ci penso. Posso dire con certezza che questa Biennale passerà alla storia. Nessuno di chi ha calpestato quel pavimento e ha varcato quelle porte potrà dimenticare. Posso sembrare teatrale ma sono certa di quello che dico, perché mai da cinquant’anni almeno si vedeva una cosa simile. Sì parlo di Lui, il Lui dell’arte. Dico che è riuscito a stupire, a sconvolgere ad andare oltre ogni immaginazione. Perché che non fosse un frequentatore, diciamo così, di arte contemporanea si sapeva; che stesse come i cavoli a merenda alla Biennale lo avevano capito anche i sassi; ma riuscire a stravolgere in quel modo il senso più intimo e più “contemporaneo” dell’arte, appunto, contemporanea nessuno se l’aspettava.
Duecento gli artisti presenti tra le mura del Padiglione Italia, scelti da illustri poeti, scrittori, registi e uomini di pensiero. Perché tanto l’arte non è cosa nostra, lasciamola a chi non compete. Abbiamo ormai capito la lezione: l’arte è frivola, ricreativa, inutile. Non esiste professionalità, stracciamo le lauree e gettiamo i decenni di studio che servono per capirla e comprenderla, perché tanto non è un linguaggio che va analizzato e sudato per essere còlto nella sua profondità, al di là della facciata.

Questa è, con calcolata consapevolezza e intelligenza (doti che di certo non mancano al nostro Lui) l’azione di declassamento e irrisione più acuta mai sperimentata nei confronti dell’arte e degli artisti. E rappresenta anche pedissequamente e tristemente, l’epitome della situazione italiana odierna, in cui il dilettantismo prende arrogantemente il posto della meritocrazia. In cui il brillio pacchiano predomina sull’essenza, il terrore del vuoto invade lo spazio fino a collassarlo di materia truculenta fatta di corpi crocifissi, di icone religiose, di bandiere, di centauri, di stucchi, statue, e tele, tantissime tele dal pavimento al soffitto. Le camere delle meraviglie settecentesche sembrano un compendio di horror pleni a confronto. Questa è la Zattera della Medusa, dove per sopravvivere ci si addossa l’un l’altro strofinando il proprio sudore, i peli, la pelle, gli umori per finire a cannibalizzarsi. Questo è il tripudio di una ridondanza rococò che rigurgita tutto dall’esofago, restando agorafobica tra le ossa della cassa toracica.
Spero vivamente, lo spero davvero, che con questo abbiamo toccato il fondo. Grazie Vittorio perché ci hai resi coscienti, con una bella secchiata d’acqua ghiacciata, anzi direi che ci hai “illuminati” sul futuro dell’arte in Italia.

Leggi il primo step di Alice Ginaldi