25 aprile 2015: celebrazioni geneticamente modificate

Il fatto che le celebrazioni per il settantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo siano accompagnate da polemiche non rappresenta certo una novità. A fare notizia sarebbe piuttosto l’assenza di polemiche e l’adesione unitaria di tutti i soggetti che furono coinvolti nella Resistenza o di quelli che se ne sentono eredi, ma il recupero di quello spirito di collaborazione e legittimazione reciproca che fu alla base della costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale è quanto mai lontano, se non impossibile da raggiungere.

Se si pensa che l’ultima celebrazione a vedere la partecipazione di tutti i partiti protagonisti della Guerra di Liberazione fu quella del 1946, esattamente qualche mese prima che le questioni di politica estera spaccassero l’unità del blocco antifascista e provocassero l’espulsione di comunisti e socialisti del quarto Governo De Gasperi, viene il sospetto che la natura divisiva faccia parte del corredo genetico del mito della Resistenza.

All’interno della sfera culturale antifascista, estremamente esaustive sono le parole con le quali, il 25 aprile 1948, Luigi Longo, combattente nella Guerra Civile spagnola, partigiano che guidò la Brigata Garibaldi e dirigente Pci, invitava a prendere le distanze dalla “campagna di denigrazione e di menzogne che, attaccando gli artefici della liberazione della Patria, intende attaccare le conquiste stesse di questa liberazione”, parole rivolte alla Democrazia Cristiana e alla decisione del Ministro dell’Interno Mario Scelba di vietare le manifestazioni pubbliche per la ricorrenza, considerando le tensioni che la vittoria democristiana alle elezioni del 18 aprile aveva provocato. Qui si coglie in tutta la sua chiarezza quella che sarà la direttrice lungo la quale correrà la faglia culturale interna all’orizzonte antifascista, quella della vera interpretazione della Resistenza.

In effetti sperare che socialisti, comunisti, intellettuali del Partito d’Azione, democratico cristiani e liberali avessero la stessa idea di quella che avrebbe dovuto essere la nuova Italia democratica, qualunque cosa di intendesse per democratica, è non solo assurdo, ma sbagliato.

Le parole pronunciate al V Congresso dal Partito Comunista, nel dicembre del 1945, da Palmiro Togliatti, con le quali egli dichiarava “non siamo stati soli, né pretendiamo alcun merito esclusivo”, furono presto dimenticate.

Da allora, con una puntualità che ha il sapore dell’appuntamento stagionale, il mito della Resistenza è diventato il terreno perfetto per ogni tipo di scorribanda ideologica, con attacchi e accuse, rimozioni, come quelle sulle stragi dei partigiani contro i partigiani, e crimini di lesa maestà nei confronti di quello che è appunto un mito che richiede più fede che studio e che spesso nulla ha a che fare con la storia, nella sua capacità di assorbire la tipicamente italica attitudine alla partecipazione strillata e quasi calcistica alla politica, fino a diventare la grande metafora del nostro passato irrisolto e della fragilità delle nostre fondamenta culturali.

Le pretese di esclusività interpretativa arrivarono a creare l’idea di una “Resistenza tradita” sulla quale di è basata la legittimazione all’azione terroristica comunista durante gli anni di piombo, come scritto chiaramente nella lettera che le Brigate Rosse inviarono il 15 marzo 1979 alla redazione del Giorno e nella quale si consigliava alla giornalista Sandra Bonsanti di “ricominciare dai lontani obiettivi della Resistenza” e dal “metodico tradimento di essi da parte del regime democratico e dei suoi alleati” per capire il senso dell’azione brigatista.

Dall’altra parte, quella erede della Repubblica Sociale, all’iniziale e dichiarata volontà di raccogliere quella che era l’eredità del fascismo e che attraversò gli anni dello stragismo nero si è arrivati oggi, dopo anni di accuse di crudeltà e di vigliaccheria rivolte ai comunisti, come nel caso dell’attentato a via Rasella, e dopo l’abbandono dei saluti romani e dei rimpianti del Ventennio, a quel revisionismo che vorrebbe un’equiparazione dei morti, dei vincitori e dei vinti, da vedersi come ragazzi che lottavano in buona fede per la causa nella quale credevano. Una lettura che mette in discussione l’intero impianto della narrazione resistenziale, convogliando i concetti di parte giusta e sbagliata su quelli di parte vittoriosa e parte vinta. Una pacificazione nazionale che ottiene l’effetto di dividere e di inasprire gli animi nel momento stesso in cui viene evocata.

Nessuna notizia, quindi, almeno sul versante delle annuali battaglie tra i soggetti che, da una parte e dall’altra, quella dei vincitori e quella dei vinti, furono tra i protagonisti della Guerra Civile.

Ma una novità c’è. Anzi, due.

La prima è che per la prima volta quest’anno, in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione, il livello di mistificazione dell’interpretazione dello spirito della Resistenza è arrivato al punto da sfociare nel paradosso di un’esclusione di una delle componenti principali di quella fase storica, la comunità ebraica, dalle celebrazioni, attraverso la pretesa da parte di componenti della sinistra antagonista e dei centri sociali, filopalestinesi e antisioniste, di farsi nuovi custodi di quella che fu la vera natura della Guerra Civile che, sulla base di una lettura estensiva, acrobatica e fantasiosa dei concetti di lotta partigiana e di olocausto, vede nel popolo Palestinese, qualunque cosa questa definizione voglia dire, il resistente, contro l’oppressore fascista rappresentato dal popolo ebraico e dal Governo eletto di Benjamin Netanyahu.

Poco importa, evidentemente, che già nel 1936 il Gran Muftì di Gerusalemme fosse alleato dei tedeschi e che nel 1933 inviasse al Console Generale tedesco a Gerusalemme un telegramma dicendo che “i musulmani dentro e fuori la Palestina danno il benvenuto al nuovo regime tedesco e si augurano che il sistema di governo fascista ed antidemocratico si affermi in altri Paesi”. Poco importa che la parabola del nazifascismo abbia avuto nella Shoah il sui senso ultimo e definitivo. Poco importa che gli ebrei abbiano i combattuto in formazioni partigiane e a fianco delle truppe alleate e degli altri gruppi per la liberazione e per la ricostruzione del Paese. Poco importa perché non di storia si tratta, non di memoria ma di mito, di propaganda, di narrazione strumentale ai propri fini ideologici.

Ed è la modificazione genetica rappresentata dal paradosso di un 25 aprile che mette alla porta la comunità ebraica per fare spazio a posizioni storicamente estranee e contrarie alla guerra di liberazione, come quelle filopalestinesi e antisioniste, dove per antisionismo si intende non l’opposizione al governo israeliano in carica ma la negazione del riconoscimento dello stesso Stato Ebraico, la vera novità di quest’anno, novità che sarebbe espressione folcloristica di un’Italia ignorante e smemorata, se non si innestasse in un preoccupante quadro internazionale di antisemitismo dilagante, fino a toccare istituzioni come le università americane e inglesi, non dico iraniane, e l’Onu.

La seconda novità è che, pur essendo a pieno titolo legittimata a presenziare in prima fila alle celebrazione della Liberazione, la comunità ebraica decide di non partecipare, al netto del rispetto del giorno del sabato, rifiutando il gioco al massacro culturale che si sta consumando senza troppo scalpore e l’umiliazione di essere scortata all’interno di quel perimetro culturale di cui fa storicamente parte. Nessuna potestà interpretativa, ma una presa di distanza da una festa sempre più lontana dal suo senso iniziale, al punto da non essere più riconoscibile con la festa che per settant’anni, pur scannandoci, abbiamo festeggiato o contestato, ma sempre in un quadro chiaro di riferimento.

Un 25 aprile geneticamente modificato che ha più senso lasciare ai suoi nuovi interpreti e al proprio destino di contenitore di qualunque cosa passi per la testa di chiunque che tentare di riconquistare, assieme a quel diritto di cittadinanza che spetterebbe ma che si può anche decidere di rifiutare.

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