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Il ponte di Mostar: “studiare la storia per capire il presente”.

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Non ricordo molto della guerra nella ex-Jugoslavia. Avevo meno di dieci anni e non si può dire che fossi ancora “cosciente” delle cose del mondo “degli adulti”. Ma ricordo molto bene un’immagine: il ponte di Mostar distrutto e la città tagliata in due dalla gola in cui scorre la Neretva. Lo Stari Most (il Vecchio Ponte) venne distrutto definitivamente il 9 novembre del 1993 dalle forze croate, dopo aver già subito danneggiamenti da parte dei Serbi l’anno precedente. Entrambi vedevano in quel ponte un simbolo.  Realizzato nel 1566 dal Solimano il Magnifico, la sua edificazione è affidata a storie e leggende locali che si sono fuse con le identità che popolano tutta la zona, a causa della sua unicità e grandezza,  un’opera all’avanguardia per il periodo.  Il Vecchio Ponte si trovava sul confine tra l’Impero Turco e quello Austro-Ungarico, due mondi diversi, che non sempre hanno convissuto placidamente. Ma quel ponte rappresentava uno straordinario trait-d’union e al tempo stesso manteneva le diversità.

Simbolo di unione, simbolo di congiungimento, straordinario simbolo di collaborazione,  il ponte di Mostar è stato recentemente incluso nel patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, la grande organizzazione internazionale che dalla fine del conflitto ne ha curato anche il progetto per la ricostruzione, fino alla sua riapertura nel luglio del 2004. Il “risanamento” è stato lento ed estremamente meticoloso: le 1088 pietre che costituivano il ponte sono state lavorate secondo tecniche medievali, per preservarne l’identità e la secolare storia. La riapertura dello Stari Most è stata vista da molti come un tentativo di riconciliazione dopo gli orrori della guerra, che da molti è stata vissuta come un dramma e insieme una sconfitta per l’Europa e per il mondo. Tra loro ricordo Alex Langer, il viaggiatore leggero che ha attraversato molti ponti d’Europa, che al punto n° 8 del suo decalogo per la convivenza interetnica scriveva  ”Dell’importanza  di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono  traditori della compattezza etnica, ma non transfughi”. Si, perché i ponti, come i confini, possono essere muri, ma anche soglie.

La bellezza del ponte è che unisce, ma al tempo stesso permette la conservazione delle diverse identità. Un ponte all’interno della città ha, se guardiamo attentamente, lo stesso scopo.Prendiamo la città di Parigi, quando si  percorre la passerelle che unisce all’altezza della Bibliotheque di Parigi le due sponde della Senna, ma anche uno dei qualsiasi ponti meravigliosi sulla Senna, le due rive mantengono identità separate. La rive gauche, un po’ fricchettona, di grande cultura e sicuramente il luogo delle grandi rivolte studentesche del ’68  e la Rive Droite, luogo degli antichi fasti regali del Regno Francese dei tanti Luigi, un po’ snob e aristocratica come place des Vosges, parte ricca e benestante della città. Anche Parigi, come qualsiasi città del mondo, racchiude in sé diversi mondi che hanno caratteristiche e identità diverse, ma che tuttavia possono essere unite e fruite da noi spettatori come un’unità grazie a un semplice costrutto architettonico che si chiama ponte.

Questa è la straordinaria simbologia che soggiace a tutti i ponti del mondo, essi ci permettono ci scambiare e unire. Per secoli i ponti sono stati considerati ricchezze da tutelare e presidiare: nel Medioevo venivano richieste tasse e balzelli per poter attraversare queste economiche infrastrutture, che a loro volta spesso sorgevano sui fiumi, altre straordinarie arterie di comunicazione e commercio nella storia. Tutto nella struttura e nell’utilizzo del ponte allude all’apertura: tra noi e gli altri, tra altri ed altri, tra mondi e culture diverse che hanno la possibilità, grazie ad essi, di scambiare e…”solo chi scambia cambia”. E oggi, forse più di prima,  abbiamo bisogno di ponti, per la parte del mondo in cui viviamo, l’Europa di Mezzo, e a causa della società moderna che paradossalmente ci vede sempre più atomizzati nella nostra piccola casa (e identità). Abbiamo bisogno di ponti a Parigi, grande metropoli in cui le diversità si ignorano, e a Trieste, città di separatezze del passato. Così  il ponte potrebbe e dovrebbe diventare l’emblema di identità aperte e non esclusive ed escludenti, con l’idea di favorire quell’integrazione che tuttavia non significa omologazione e appiattimento.
E ricordando un altro uomo recentemente scomparso, Steve Jobs che ha davvero saputo vedere lontano, il ponte è ciò che ci permette di guardare al di là, di sognare, di vagheggiare su ciò che si troverà sull’altra sponda.

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