L’epica dello sport

Intervista a Claudio Brachino

Giornalista, volto storico di StudioAperto, oggi direttore di Videonews, la cui “costola sportiva” include Tiki Taka, l’area Motori (Superbike e Formula E) e il sito Sportmediaset.it: Claudio Brachino è un uomo che ha vissuto la sua passione per lo sport, pensandolo e raccontandolo come se fosse un’opera letteraria. L’esperienza giovanile nel teatro ne ha fatto un attento osservatore dei tempi e dei riti che avvengono dentro e fuori dalle arene. Conduttore e autore di programmi televisivi, crede che lo sport sia così allettante per gli spettatori perché parla, in ultima istanza, della nostra natura.

Sei nato nel 1959, il calcio che ricordi da bambino è ancora quello che guardi oggi da direttore di Sportmediaset.it?
Il calcio di una volta era un gioco poetico, fatto di immagini in bianco e nero, fatto di grandi campioni. Non è senz’altro il calcio di oggi, molto più tecnologico, veloce e muscolare. Viviamo uno sport agguerrito per quanto riguarda la competizione atletica ma con meno genio. In passato il gioco era più lento e prevedibile, ma con degli uomini che ci facevano sognare. Ricordo la finale dei mondiali degli anni ’70 quando Pelè si alzò di testa e segnò l’uno a zero. La tristezza per quel goal in quanto italiani, ma anche la bellezza del gesto atletico che era solo l’inizio di uno sconfortante quattro a uno a nostro sfavore. Ricordo le sedie di vimini, il caffè e le urla. La passione rimane ma lo show è molto diverso.

I miti del calcio: meglio quelli di oggi o quelli di un tempo? Cosa li rende diversi?
Forse la loro capacità di essere eroi popolari. Penso a Riva, Boninsegni, Mazzola, Rivera…erano dei campioni che si portavano dietro un simbolo, un modo d’essere e di intendere il calcio. I miti di oggi sono fortissimi: Ronaldo, Messi, Neymar. Sono figure che appartengono di più al marketing della comunicazione che al popolo. Sono più fragili, meno radicati nell’immaginario popolare.

Il calcio in Italia è l’unico grande sport, come mai?
Per dare una spiegazione bisogna scomodare la psicanalisi e l’antropologia. Si tratta di uno sport che rappresenta il nostro essere primitivi e ci ricorda quindi un tempo in cui usavamo i nostri arti inferiori per arrampicarci, difenderci e sopravvivere. Ci parla della nostra natura. Allo stesso tempo ha a che fare con la nostra psiche: il calcio è geometria e magia pur rimanendo uno sport semplice. Complesso tatticamente ma facile da vedere e da giocare. Ha una sua drammaturgia, una squadra contro l’altra, il rovesciamento dei fronti, suspence. Prevede che, qualche volta, il più debole possa vincere. Come disse Stendhal nel “Rosso e il Nero”, nella Francia napoleonica il nero era la carriera burocratica e prevedibile mentre il rosso erano i giovani che avevano fatto la guerra ed erano diventati qualcuno. Allo stesso modo, il calcio vuol dire possibilità.

È sempre più evidente il ruolo della finanza in ogni tipo di sport. È una tendenza della quale dovremmo preoccuparci?
Senza il denaro non è possibile costruire un club, una rosa di giocatori. Non ci vogliono necessariamente fiumi di soldi purché l’utilizzo sia razionale. Bisogna ammettere che il singolo mecenate, ora che sono arrivati i capitali internazionali, non può più esistere.
Pensare al calcio solo come una ripartizione di diritti televisivi o come grandi gruppi che da Paesi lontani inondano il mercato con i loro soldi è sbagliato. Per fortuna ci sono esempi che dimostrano come con poco si possa ottenere molto. Il Chievo è una squadra di serie A con una rosa semplice ed efficace. Il Leicester aveva una formazione che, tutta assieme, costava forse come metà del Manchester United; si è trasformato in campione d’Inghilterra grazie a un allenatore italiano che ha vinto all’estero dopo una carriera a volte frustrata in patria. Il Palermo e l’Udinese sono stati in grado di scoprire tanti giovani talenti spendendo poco.

Quali sono i tuoi sport preferiti al di là del calcio?
Dopo il calcio amo il basket, il tennis e la pallavolo, pur se in modo più altalenante. Quando ero molto giovane mi appassionavo anche per Tomba anche se da non sciatore non riuscivo a seguirlo stabilmente. Non amo i grandi sport americani. Altra passione sono le macchine e le moto, derivate dall’infanzia. Mio zio pretendeva assoluto silenzio quando partiva il campionato di Formula 1 e i semafori diventavano rossi. Vedere tutto il Gran Premio era obbligatorio e bisogna dire che una volta la qualità di ripresa rendeva il tutto abbastanza noioso. I momenti più esaltanti erano l’inizio e il cambio gomme, una volta molto più complesso, nonché qualche occasionale duello. La tecnologia ha svecchiato molto il mondo dei motori che risulta così molto più appassionante.

Quanto è importante il rapporto delle persone con gli eroi dello sport?
Penso che gli sportivi siano gli eroi, gli dei dell’olimpo laico della nostra epoca. Rappresentano l’inarrivabile, un legame tra l’uomo e il divino. La persona normale attraverso l’eroe delle sport esce dalla sua routine quotidiana per entrare nello straordinario. Penso che i grandi campioni vadano oltre l’impresa. Preparazione, sacrificio , tecnica, sforzo, l’epica dell’impresa in quanto tale: sono tutti elementi sorretti dalla comunicazione con la gente. Quest’ultimo elemento è un distinguo che caratterizza i grandi eroi sportivi. E non si tratta di un fatto mediatico, simbolico o di marketing, si tratta di arrivare al cuore degli altri per capirli. Un campione privo di pubblico o di destinatari è un non-campione.

L’anno scorso moriva Muhammad Ali figura gigantesca sia sul ring che fuori. Al giorno d’oggi ci sono ancora figure così?
Lo sport fa politica raccontando la vita, le storie e i personaggi. Smuove l’opinione pubblica. Alcuni campioni fanno politica nel vero senso della parola in quanto propongono un’ideologia. I diritti dei neri o delle minoranze fanno parte di una storia ad esempio tipicamente americana. Il campione diventa il frontman di una battaglia culturale e ideologica. Non tutti possono essere a quel livello e non tutti si trovano ad affrontare quel contesto. La nostra epoca ha molti drammi ma non mi sembra di vedere campioni dello sport che riescano a entrare in queste dinamiche così complesse.

Alcune bellissime storie di sport a volte naufragano a causa del doping, perché un atleta mette fine alla sua carriera in questo modo?
Esiste nello sport un’ambiguità, una contiguità. È richiesto un certo atteggiamento, anche chimico. Se pure lo staff non si impegna a rispettare le regole basta poco per finire nella perdizione. Come ci siamo rimasti male con Armstrong che per anni era stato il campione, aveva vinto il cancro e il Tour de France. Poi abbiamo scoperto che da anni veniva dopato contro la sua volontà. Non ci sono delle regole certe, il che alimenta una zona di contiguità oggettiva.

Si chiedono performance impossibili da mantenere?
Qualcuno pensa che performance così elevate richiedano un qualche “aiutino”. Io non approvo questa visione tragico-catastrofica. Le grandi imprese richiedono grandi sacrifici. I progressi della chimica mettono a disposizione degli strumenti una volta impensabili ma vanno rispettate le regole.
Poi è facile immaginare che un campione, quando si abitua a performance di un certo livello, appena scorge all’orizzonte un calo di forma, una scadenza e degli interessi, sponsor…può cadere in errore finendo per imbrogliare. Ciò non toglie che a quel punto per me smette di essere un campione.

Parlando di giornalisti: oggi va molto di moda il telecronista tifoso. Tu cosa ne pensi?
Mi diverte perché la trovo una lettura particolare e non burocratica dell’evento, ma allo stesso tempo è folcloristica. Il cronista deve restituire l’oggettività dell’evento, rispettando tutti. Le pay-tv si sono inventate il cronista-tifoso per ampliare l’offerta. Personalmente credo che non riuscirei a guardare un’intera partita commentata così.

Qual è la cosa che ti piace in assoluto di più raccontare dello sport?
L’evento rappresenta solo una parte della manifestazione. Poi c’è la parola, il prima e il dopo, i personaggi. Lo sport è un grande racconto popolare fatto di cose, persone ed eventi. Va raccontato anche nella sua dimensione ulteriore, quella vissuta dalla gente. Mio figlio va all’oratorio; anche quello è sport. Allenamenti, regole, genitori, educazione. Lo sport è vita e racconta la nostra società. Non bisogna raccontare solo la Champions ma anche l’oratorio. La fenomenologia, le persone e le emozioni. È un grande affaire giornalistico, quasi infinito.